Lo scarabeo d’oro

La composizione del racconto “Lo scarabeo d’oro” (“The Gold-Bug”) risale a circa l’ottobre del 1842, ma non sono pervenute le bozze originali. Secondo Mabbott l’idea iniziò a formarsi nella mente di Poe dopo la sua recensione di Ten Thousand a Year di Samuel Warren, che pubblicò nel novembre 1841 sul «Graham’s Magazine».

Anche il manoscritto in bella copia è andato perduto, come è accaduto dopo la stampa a quasi tutti gli scritti di Poe. Ma l’illustratore Felix Octavius Carr scrisse il 26 febbraio 1884 a George Edward Woodberry:

Ricordo che mi lesse i suoi “Scarabeo d’oro”’ e “Gatto nero” prima che fossero pubblicati. La forma del suo manoscritto era particolare: scriveva su mezzi fogli di carta per appunti, che incollava insieme alle estremità, formando un unico foglio continuo, che arrotolava strettamente. Mentre leggeva, lo lasciava cadere sul pavimento. Era scritto in modo molto ordinato e, a quanto pare, senza correzioni.

Poe vendette il racconto a George R. Graham per 52 dollari, ma in seguito ne richiese la restituzione in cambio di alcuni saggi critici.

In una lettera a George W. Eveleth da New York del 4 gennaio 1848, Poe scrisse che lo “Lo scarabeo d’oro” non piacque a Graham, così lo inviò al «Dollar Newspaper», che lo acquistò per 100 dollari.

Inizialmente Poe prevedeva di pubblicare il racconto a puntate sulla sua rivista «The Stylus», da realizzare assieme a Thomas Cottrell Clarke. Poe incontrò anche Felix O.C. Darley, a cui commissionò le illustrazioni xilografiche per la storia.

Quando il progetto della rivista naufragò, Poe inviò il racconto al «Dollar Newspaper», che lo pubblicò in due puntate utilizzando le illustrazioni di Darley. Sono rimaste le uniche due copie del «Dollar Newspaper» in cui apparve “Lo scarabeo d’oro”, ora conservate presso il Maryland Center for History and Culture.

  1. La prima parte (“The Gold-Bug” – Part I) uscì il 21 giugno 1843, con un’illustrazione di Darley.
  2. La seconda parte del racconto, con la ristampa della prima (“The Gold-Bug” – Parts I & II), uscì il 28 giugno, con la prima illustrazione di Darley e un’altra per questa ultima parte.

Le numerose ristampe del racconto

Si contano soltanto negli Stati Uniti una sessantina di ristampe fra periodici e volumi. Per i periodici si segnalano ristampe dal 1843 al 1934:

  • «Saturday Courier», in 3 parti (24 giugno, 1 e 8 luglio 1843)
  • «Republican Compiler», in 2 parti (3 e 17 luglio 1843)
  • «Village Record», in 2 parti (4 e 11 luglio 1843)
  • «Woonsocket Weekly Patriot», in 3 parti (7, 14 e 21 luglio 1843)
  • «Dollar Newspaper», supplemento del 12 luglio 1843
  • «Dollar Newspaper», edizione speciale del 14 luglio 1843
  • «Dollar Newspaper», edizione speciale del 20 luglio 1843
  • «Pennsylvania Telegraph», 12 luglio 1843
  • «Batimore Sun», in 4 parti (dal 24 al 27 luglio 1843)
  • «Elmira Gazette», in 2 parti (27 luglio e 3 agosto 1843)
  • «Baltimore Weekly Sun», 29 luglio 1843
  • «Volunteer», in 3 parti (3, 10 e 17 agosto 1843)
  • «Alton Telegraph & Democratic Review», in 2 parti (19 e 26 agosto 1843)
  • «Boston Museum», 22 luglio 1848
  • «Maine Farmer», 7 settembre 1848
  • «Salem Gazette», in 2 parti (23 e 30 novembre 1849)
  • «General Advertiser», in 2 parti (15 e 22 dicembre 1849)
  • «Dollar Newspaper», ristampa dal 1843 in 2 parti (27 luglio e 3 agosto 1853)
  • «Elmira Gazette», ristampa dal Dollar Newspaper del 1843 in 2 parti (11 e 18 agosto 1853)
  • «Otsego Democrat», in 3 parti (15, 22 e 29 ottobre 1853)
  • «Vox Populi», in 2 parti (17 e 24 febbraio 1854)
  • «Boy’s Own Magazine», in 2 parti (marzo e luglio 1856)
  • «White Cloud Kansas Chief», in 2 parti (2 e 9 luglio 1857)
  • «New York Weekly News», ristampa dal Dollar Newspaper del 1843 in 2 parti (12 e 19 febbraio 1859)
  • «East Saginaw Courier», in 2 parti (26 aprile e 3 maggio 1860)
  • «Delaware Republican», in 2 parti (9 dicembre 1860 e 5 gennaio 1861)
  • «Spirit of Democracy», in 3 parti (13, 20 e 27 marzo 1861)
  • «Columbian», in 6 parti (5, 12, 19 e 26 aprile e 3 e 19 maggio 1867)
  • «Orangeburg News», in 4 parti (26 marzo e 2, 9 e 16 aprile 1870)
  • «Yorkville Enquirer», in 3 parti (5, 12 e 19 maggio 1870)
  • «National Tribune», in 3 parti (9 e due il 16 luglio 1885)
  • «The New Moon: A People’s Magazine», in 2 parti (5 marzo e 5 aprile 1887)
  • «Santa Cruz Daily Sentinel», in 4 parti (dal 18 al 21 aprile 1883)
  • «Morning Star», in 8 parti (dal 20 al 27 aprile 1893)
  • «Meriden Daily Journal», 6 maggio 1893
  • «Philipsburg Mail», in 3 parti (21 e 28 maggio e 6 giugno 1897)
  • «School World», novembre 1904
  • «Seattle Star», primo capitolo il 28 maggio 1917
  • «Seattle Times», capitoli dal II al VII, anche divisi (29.31 maggio, 1-2 giugno e 4-9 giugno 1917)
  • «Tacoma Times», in 7 capitoli, anche divisi (28-31 maggio, 1-2 giugno e 4-9 giugno 1917)
  • «Amazing Stories», aprile 1934

Nei volumi il racconto è apparso in:

  • Tales, 1845, curato da Mabbott
  • Works, 1850, curato da Mabbott
  • Tales and Sketches: to which is added The Raven: A Poem, London, George Routledge & Co., 1852
  • Tales of Mystery and Imagination and Humour; and Poems, London: Henry Vizetelly, 1852
  • Tales of Mystery and Imagination, Halifax: Milner and Sowerby, 1855
  • Prose Tales of Edgar Allan Poe, New York: W. J. Widdleton, 1867
  • Works of Edgar A. Poe, edited by J. H. Ingram, 1874
  • Little Classics, vol. XII: Fortune, Boston: James R. Osgood & Co., 1875
  • The Classic and the Beautiful from the Literature of Three Thousand Years by the Authors and Orators of all Countries, curato da Henry Coppée, 1888
  • Treasure Trove of Pirate Stories, a Collection of Pirate Stories for Young People, curato da Ramon Wilke Kessler, New York: D. Appleton and Co., 1930
  • The Works of Edgar Allan Poe, vol. 3: Tales, curato da E. C. Stedman and G. E. Woodberry, Chicago, 1894-1895
  • The Gold-Bug, The Purloined Letter and Other Tales, curato da William P. Trent, 1898
  • The Complete Works of Edgar Allan Poe, vol. 5: Tales IV, curato da J. A. Harrison, New York, 1902
  • The Collected Works of Edgar Allan Poe, vol. 3: Tales & Sketches II, curato da T. O. Mabbott, 1978
  • Edgar Allan Poe: Poetry and Tales, curato da Patrick F. Quinn, 1984
  • The Annotated Poe, curato da Kevin J. Hayes, 2015

In una lettera del 28 maggio 1844 Poe scrisse a J.R. Lowell:

Dello “Scarabeo d’oro” (il mio racconto di maggior successo) sono state distribuite più di 300.000 copie.

Sull’«Aristidean» dell’ottobre 1845 Thomas Dunn English, dopo una discussione con Poe, scrisse che l’intento di Poe era di scrivere un racconto popolare. Nella storia, infatti, si accenna al famoso Capitano Kidd (c. 1645-1701), personaggio storico, inizialmente incaricato di reprimere i pirati, divenne pirata egli stesso, finché fu catturato, condannato a morte e impiccato.

Le traduzioni del racconto

La prima traduzione italiana apparve nel 1876 in Racconti Incredibili (Tipografia Editrice Lombarda, Milano). La traduzione qui presentata proviene da Novelle straordinarie, del 1921, senza indicazione del traduttore, probabile ristampa dell’omonima raccolta del 1896. Le note, dove non diversamente indicato (NdR.), provengono da Edgar Allan Poe (ed. W. P. Trent), “The Gold-Bug,” Poems and Tales (1897 e 1898) e Edgar Allan Poe (ed. T. O. Mabbott), “The Gold-Bug,” The Collected Works of Edgar Allan Poe — Vol. III: Tales and Sketches (1978).

La prima traduzione assoluta del racconto si ebbe, come molte, in francese. “Le Scarabée d’Or”, pubblicato nel novembre 1845, riportava la sigla “A. B.” per il traduttore, individuato come Alphonse Borghers, pseudonimo di Amédée Pichot, caporedattore della «Revue britannique». Fu poi ripubblicato nel 1853 nel volume Nouvelles choisies d‘Edgard A. Poë e un lungo estratto apparve il 7 settembre di quello stesso anno su «Le Moniteur Universel».

Traduzioni in altre lingue apparvero subito dopo:

  • “Der Goldkaefer” del gennaio 1846, traduzione tedesca su «Das Panorama» (Prague, Bohemia)
  • “Der Goldkaefer” ristampa dalla precedente traduzione, in 3 parti (11, 15 e 18 marzo 1846) su Augsburger Flora (Augsburg, Germany)
  • “Zolotoj zuk” del 1847, traduzione russa su «Novaja bibliotecka dlja vospitanija»
  • “El Escarabajo de Oro” del 1858, traduzione spagnola su un giornale di Barcelona
  • “[The Gold-Bug]” del 1868, traduzione danese in Phantastische fortællinger, Copenhagen
  • “[The Gold-Bug]” del 1881, traduzione svedese in Underliga historier, Stoccolma
  • “Altin Böcek” del 1955, traduzione turca in Altin Böcek, Istanbul (il volume includeva anche altri racconti)
  • [The Golden Bug] del 1960 (traduzione greca, Atene)
  • Az aranybogar del 1977, traduzione ungherese, Budapest

Le accuse di plagio per lo “Scarabeo d’oro”

Subito dopo la pubblicazione del racconto, apparve su «The Spirit of the Times» di Filadelfia un’accusa di plagio: il racconto di Poe sembrava simile al racconto “Imogene, or The Pirate’s Treasure” della studentessa George Ann Humphreys Sherburne.

La trama del racconto della Sherburne è totalmente diversa da quella del racconto di Poe:

Una giovane ha un amante, ma rifiuta di sposarlo perché non è ricca quanto lui. Vicino casa c’è una quercia, sul cui tronco è incisa la data 1712, con una mano che indica le radici. Dopo una tempesta, l’albero crolla su un capanno di pietra non lontana, da cui cade un manoscritto con la dicitura “Il diario del pirata”. Dal buco causato dallo sradicamento dell’albero, vengono estratti due vasi contenenti denaro e grazie a questo denaro la ragazza sposa il suo amante.

L’unico particolare presente nel racconto di Poe è l’albero.

Una seconda accusa di plagio apparve il 28 giugno 1845 nella rubrica “New Books” del periodico «The Rover». Si menzionava il racconto “The Pirate’s Treasure” pubblicato sul «London Magazine» nel marzo 1824, firmato semplicemente “H.”.

Ma anche in quel caso siamo di fronte a due storie del tutto differenti:

Un disastroso viaggio in mare si concluse con la ricerca di un tesoro sepolto. Un albero alto e scarno con un singolo ramo rivolto in una certa direzione indica la posizione del tesoro sepolto.

Anche in questo racconto l’unico particolare presente nello “Scarabeo d’oro” di Poe è l’albero.

Lo scarabeo d’oro

Oh! oh! che cosa è questo? Questo giovinotto ha la pazzia nelle gambe! Una tarantola l’ha morso.

Or fa qualche anno, io mi unii in stretta amicizia col signor William Legrand1. Egli apparteneva ad una antica famiglia protestante2 ed era stato già molto ricco; ma una serie di sventure l’aveva ridotto in miseria. Ad evitare l’umiliazione dei suoi disastri, egli abbandonò la Nuova Orléans, la città dei suoi avi, e portò la sua dimora nell’isola di Sullivan, presso Charleston, nella Carolina del Sud.

Quest’isola è una delle più curiose. Essa è lunga circa tre miglia e non è composta d’altro che di sabbia marina: non è più larga poi d’un quarto di miglio ed è separata dal continente da un canale appena visibile, gorgogliante attraverso una densa fioritura di canne, abituale ritrovo di galline acquatiche. La vegetazione, come si può facilmente supporre, è molto povera e quasi potrebbesi dire nana. Non vi si trovano alberi che giungano ad una certa altezza. Verso l’estremità occidentale, al punto ove si alza il forte Moultrie3 e si aggruppano poche misere casuccie di legno, abitate durante la stagione estiva da coloro che fuggono le febbri e la polvere di Charleston, s’incontra facilmente il palmizio nano della seta: ma, all’infuori di questo punto e d’una striscia triste e biancastra che si stende lungo il mare, tutta l’isola è coperta di fitti cespugli di mirto odoroso4, tanto stimato dagli orticultori inglesi. Gli arbusti, crescendo, salgono spesso ad un’altezza di 15 o 20 piedi, ed il loro agglomerarsi forma una boscaglia quasi impenetrabile che impregna l’aria di forti ed acuti profumi.

Nel più profondo di quel bosco, non lontano dall’estremità orientale dell’isola, vale a dire nella parte più lontana dalla costa, Legrand si era da sé stesso costruito una piccola capanna, dove egli abitava fin quando io, per la prima volta, a caso, feci la sua conoscenza. Questa, ben presto, si cambiò in amicizia, imperocché riconobbi in quel volontario esiliato qualcosa che eccitava l’interesse e la stima. Mi accorsi che egli aveva ricevuto una buona educazione, raffinata da non comuni qualità morali, ma una strana misantropia lo rendeva soggetto a dolorosi accessi di melanconia e d’entusiasmo. Quantunque possedesse libri in quantità, egli se ne serviva ben poco. Il suo diletto principale era di andare a caccia o a pesca, o anche d’oziar sulla spiaggia o passeggiare tra i mirti in cerca di conchiglie e di campioni d’entomologia; la sua collezione, infatti, avrebbe potuto far invidia a uno Swammerdam5. In tali escursioni, di solito, egli era accompagnato da un vecchio negro, di nome Jupiter6, che era stato da lui affrancato7 prima che la sua famiglia fosse colpita da tutti quei rovesci, ma che né con minaccie né con promesse, si era potuto decidere ad abbandonare il suo giovane massa Will; questo negro riteneva come suo diritto di seguir dappertutto il suo padrone. Non era forse improbabile che gli stessi parenti di Legrand, conoscendo il cervello alquanto squilibrato di lui, avessero cercato di cooperare all’ostinazione di Jupiter, mettendo così a fianco del profugo una specie di guardiano e di sorvegliante.

Sotto la latitudine dell’isola Sullivan, gli inverni sono raramente rigorosi, ed è un caso quando, sul finire dell’anno, il fuoco diviene indispensabile. Pure, verso la metà d’ottobre del 18**, vi fu una giornata d’un freddo intenso. Appunto in quel giorno, poco prima del tramonto del sole, io mi stava aprendo un passaggio fra i cespugli verso la capanna del mio amico che non avevo più visto da parecchie settimane. Io allora abitavo a Charleston, ad una distanza di nove miglia dall’isola; e allora la facilità di andare e venire era molto minore di quella che è al giorno d’oggi. Arrivato alla capanna, picchiai secondo il solito e, non ricevendo risposta, cercai la chiave dove sapevo che Legrand era solito a riporla, aprii la porta ed entrai.

Un bel fuoco fiammeggiava nel camino. Quella fu per me senza dubbio una piacevolissima sorpresa. Mi sbarazzai del pastrano, trascinai una poltrona verso i ciocchi accesi e pazientemente rimasi ad aspettare l’arrivo dei miei ospiti.

Essi arrivarono poco dopo il cader della sera e furono felicissimi di trovarmi. Jupiter, ridendo da squarciarsi la bocca, cominciò a mettersi in moto ed a preparare alcune galline d’acqua per la cena8. Legrand era in preda ad una delle sue crisi d’entusiasmo – dirò così, ché non saprei in quale altra guisa definire quel suo stato. Egli aveva trovato una bivalva sconosciuta, d’un genere affatto nuovo, e inoltre, con l’aiuto di Jupiter, aveva preso uno scarabeo9 d’una specie non mai veduta e sul quale egli desiderava che l’indomani mattina io gli dicessi la mia opinione.

«E perché non questa sera?» chiesi, stropicciandomi le mani dinnanzi alla fiamma e mandando al diavolo, dentro di me, tutte quante le specie di scarabei.

«Eh!» fece Legrand «se io avessi saputo che voi eravate qui!… Ma è tanto tempo che non vi ho più veduto! Come avrei potuto pensare che voi sareste venuto a farmi visita proprio questa notte? Tornando verso casa, ho incontrato il luogotenente G*** del forte10 e, storditamente, gli ho dato lo scarabeo, in modo che mi sarà impossibile di averlo prima di domattina. Restate qui questa notte e domani all’alba manderò Jupiter a riprenderlo. È proprio la più splendida cosa della creazione!»

«Che?… l’alba?…»

«No… diavolo! lo scarabeo! Esso è d’un brillantissimo color d’oro; è grosso circa quanto una noce, con due macchie nere all’estremità del dorso ed una terza, ma un poco più lunga, all’altra estremità. Le antenne sembrano…»

E Jupiter interruppe:

«Non sembra, massa Will, io ci scommetto, non sembra: lo scarabeo è proprio d’oro, d’oro massiccio, da un punto all’altro, d’entro e fuori, eccetto che nelle ali: io, in vita mia, non ho mai veduto uno scarabeo che pesasse nemmeno la sua metà.»

«Va bene, Jup, supponiamo che voi abbiate ragione» riprese con un tono di voce un poco più vivace di quanto mi parve fosse richiesto dalla situazione «è una ragione questa per lasciar bruciare i nostri polli?… Il colore dell’insetto» seguitò rivolgendosi verso di me «certo basterebbe a rendere plausibile l’idea di Jupiter. Vedrete che voi non avrete osservato mai un luccichio metallico più brillante di quello che hanno le sue elitre; ma non potrete giudicarne che domattina. In attesa, io mi proverò a descrivervi la sua forma.»

Così parlando, egli si sedette dinnanzi a un tavolino su cui v’era un calamaio e una penna. Aprì il cassetto per prendere della carta, ma non ve ne trovò.

«Non importa» disse «basterà questa.»

E trasse dal taschino del panciotto una cosa che mi parve come un pezzo di pergamena molto sudicia e sopra vi tracciò con la penna una specie di disegno. Intanto, poiché io avevo sempre freddo, ero rimasto vicino al fuoco. Quando egli ebbe terminato il disegno, senza alzarsi, me lo porse: e mentre stavo per prenderlo, s’intese di fuori un forte grugnito accompagnato da un violento grattamento sull’assito della porta. Jupiter aprì ed un enorme cane di Terranova, il cane di Legrand, si precipitò nella camera, mi saltò sulle spalle e mi colmò di carezze, poiché egli si ricordava di tutte le premure che gli avevo usate nelle mie visite precedenti. Quand’ebbe finito di sgambettare, guardai la carta e, a dir la verità, mi trovai abbastanza imbarazzato a decifrare lo sgorbio, così lo credeva, tracciato dal mio amico.

«Sì» dissi, dopo averlo esaminato per qualche minuto «è uno strano scarabeo, lo confesso, ed è assolutamente nuovo per me; io non ho mai visto nulla di simile… Esso rassomiglia più ad un cranio di morto che a qualunque altra cosa che possa venir alla mente.»

«Una testa di morto!» rispose Legrand. «Ah! sì, capisco… sulla carta ha una certa idea così… le due macchie nere superiori formano gli occhi, quella più lunga, giù in basso, dà l’idea d’una bocca… è vero!… Inoltre la forma generale è ovale…»

«Va bene» io dissi «ma temo, Legrand, che voi non siate troppo forte in disegno. E per farmi una idea qualunque del suo aspetto, io attenderò d’aver veduto l’insetto.»

«Benissimo!» egli rispose un poco piccato «ma io non so perché non abbia da esser così: io disegno abbastanza bene… o almeno lo dovrei, poiché ho avuto buonissimi maestri e mi lusingo di non essere interamente un idiota.»

«Ma allora, amico mio,» soggiunsi «voi scherzate: questo è un cranio abbastanza ben fatto, posso dire anche che è un cranio perfetto secondo tutte le idee che posseggo riguardo a questa parte dell’osteologia e il vostro scarabeo sarebbe il più strano di tutti gli scarabei del mondo se avesse questa figura. Noi potremmo crearvi sopra una qualche sorprendente superstizione. Penso che voi metterete al vostro insetto il nome di scarabaeus caput hominis o qualche cosa di simile; sui libri di storia naturale vi sono diverse denominazioni di un tal genere. Ma dove sono le antenne di cui parlavaste testé?»

«Le antenne!» esclamò Legrand che si riscaldava in una maniera inesplicabile «ma le antenne dovete ben vederle! Io le ho disegnate tali e quali le ho viste sull’originale e mi pare che ciò basti.»

«Benone!» risposi «supponiamo pure che voi le abbiate disegnate: il fatto è che io non le vedo.»

E senza aggiungere parola, perché non volevo urtarlo troppo, gli tesi la carta: ma io ero molto stupefatto della via che andava prendendo quella faccenda: il cattivo umore di Legrand mi dava a pensare: ed era vero che il disegno da lui fatto dell’insetto non possedeva punto antenne ed assomigliava, come assomigliano due goccie d’acqua, ad una testa di morto.

Egli riprese con un fare brusco la sua carta ed era sul punto di stracciarla per gettarla certo sul fuoco, quando, avendo nuovamente fissato il disegno, la sua attenzione vi rimase come attratta sopra. In un attimo, il suo volto divenne di bragia e poi eccessivamente pallido.

Egli rimase per qualche minuto senza muoversi dal suo posto, intento ad esaminare il disegno minuziosamente. Finalmente s’alzò, prese di sulla tavola una candela ed andò ad assidersi sopra un cassettone11 all’altra estremità della camera. Là egli ricominciò ad esaminare curiosamente la carta, rigirandola da tutte quante le parti. Pure non disse niente e il suo modo d’agire mi cagionò un estremo stupore: ma non giudicai prudente d’esasperare con un mio qualunque commento il suo crescente cattivo umore. Alla fine, dalla tasca della giacca, trasse il portafogli, vi chiuse dentro accuratamente la carta e lo depose dentro ad uno stipo che poi chiuse a chiave. Allora cominciò a mostrarsi più calmo, ma il suo primitivo entusiasmo era completamente scomparso. Aveva assunto un’aria piuttosto concentrata che scontrosa: e, di mano in mano che la notte avanzava, egli sempre più s’assorbiva nei suoi pensieri da cui nessuna delle mie barzellette riusciva a distrarlo. Dapprima avevo avuto l’intenzione, come altre volte avevo fatto, di passar la notte lì nella capanna: ma, esaminando bene l’umore del mio ospite, stimai prudente di prendere congedo. Egli non fece nessun sforzo per trattenermi, ma, quando me ne andai, mi strinse la mano con una cordialità anche maggiore del solito.

Divisore

Circa un mese dopo quest’avventura – durante il qual tempo io non avevo più inteso parlare di Legrand – ricevetti a Charleston la visita del suo servo Jupiter. Io non avevo mai veduto quel buon vecchio negro tanto avvilito come lo vidi allora: e fui preso dal timore che fosse avvenuta una qualche seria sventura al mio amico.

«Ebbene, Jup» gli dissi «che c’è di nuovo? Come sta il tuo padrone?»

«Diavolo! a dir la verità, massa, non va proprio come dovrebbe andare.»

«Non va bene… mi dispiace di sentire questo. Ma che cos’ha?»

«Ah! ecco il problema! egli non ha niente, ma pure è anche malato assai!»

«Malato assai, Jupiter! e perché non me lo dicevi subito? sta in letto?»

«Oh, no: non sta in letto: egli non sta bene in nessuna parte: ecco che è che mi dà pensiero: io sono molto preoccupato per ciò che riguarda il povero massa Will.»

«Jupiter, io vorrei ben capire qualche cosa di tutto ciò che mi vai dicendo. Dici che il tuo padrone è malato ed egli non t’ha detto che cosa si sente?»

«Oh! massa, è inutile di starsi a rompere il cervello: massa Will dice che egli non ha niente assolutamente: ma allora perché mai egli se ne va sempre di qua e di là, tutto pensieroso, con lo sguardo a terra, la testa bassa, le spalle curve, e pallido come un’oca? e perché scrive sempre cifre e cifre e cifre?12…»

«Che cosa fa, Jupiter?»

«Fa sempre cifre e cifre e cifre sopra una lavagna, assieme coi segni più curiosi che io abbia veduti finora. Io comincio ad aver paura. Bisogna che non lo perda mai di vista, non c’è che fare. L’altro giorno mi è sfuggito prima dell’alba e poi è rimasto fuori per tutta la santa giornata. Io avevo preparato un buon bastone, apposta per dargli una santa lezione quando egli sarebbe ritornato13: ma io son tanto bestia che non ne ho avuto il coraggio: egli poi ha l’aspetto così sofferente!…»

«Ah! davvero! ebbene… io credo che sia stato meglio che tu abbia avuto un poco d’indulgenza per quel povero giovinotto! Non bisogna batterlo, Jupiter; non è forse nemmeno in condizione di poter sopportare la frusta… Ma tu non puoi immaginare ciò che ha causato questa sua malattia o piuttosto questo suo cambiamento di condotta?… Gli è accaduta forse, da quando ci siamo veduti l’ultima volta, qualche cosa di dispiacevole?…»

«No, massa, da allora non è accaduto nulla di dispiacevole; ma prima ho paura di sì; è stato lo stesso giorno che voi siete venuto laggiù.»

«Come?… che cosa vuoi dire?…»

«Eh! massa, voglio dire dello scarabeo, ecco tutto.»

«Di che?»

«Dello scarabeo: io sono sicuro che massa Will è stato morso in qualche parte del corpo dallo scarabeo d’oro.»

«E tu, Jupiter, che ragione hai per fare una simile supposizione?»

«Esso ha abbastanza pinze per far ciò, massa, ed anche una buona bocca. Io non ho mai veduto uno scarabeo così indiavolato; esso prende e morde tutto ciò che gli si accosta. Massa Will prima l’aveva preso, ma vi assicuro che l’ha dovuto subito lasciare; è certo allora ch’egli è stato morso. La fisonomia di quello scarabeo e la sua bocca non mi piacevano affatto; perciò io non lo volli prendere con le dita; ma presi un pezzo di carta ed involtai in essa lo scarabeo; ecco come io me la son cavata.»

«Tu pensi dunque che il tuo padrone sia stato realmente morso dallo scarabeo e che un tal morso l’abbia reso malato?»

«Non lo penso, lo so. Perché sta sempre sognando oro, se non perché è stato morso dallo scarabeo d’oro? Io ne ho inteso parlare molto di questi scarabei d’oro.»

«E come sai ch’egli sogna sempre oro?»

«Come lo so? Poiché ne parla anche dormendo, ecco come lo so.»

«Di fatti, Jupiter, tu forse hai ragione; ma per qual fortunata circostanza mi hai fatto oggi l’onore di una tua visita?»

«Che cosa volete dire, massa

«Hai forse da farmi qualche ambasciata da parte di Legrand?»

«No, massa, ho questa lettera per voi.» E Jupiter mi porse un foglio dove io lessi:

Mio caro,

perché da tanto tempo io non vi ho più veduto? Spero che voi non siate tanto ragazzo da esservi offeso de’ miei modi un po’ bruschi14; no, ciò non è possibile.

Dall’ultima volta che vi ho veduto, io ho avuto una ragione di grande preoccupazione. Ho qualche cosa da dirvi, ma non so come fare per dirvela. Anzi, non so nemmeno se ve la dirò.

Da otto giorni non sto affatto bene, e il vecchio povero Jupiter mi annoia in una maniera insopportabile con tutte le sue buone intenzioni e attenzioni. Lo credereste? L’altro giorno egli aveva preparato un grosso randello per bastonarmi, perché io me n’ero andato ed avevo passato la giornata solo, sul continente in mezzo alle colline. E in verità credo che solo la mia fosca fisonomia m’abbia salvato da quella bastonatura.

Da quando ci siamo veduti, non ho più aggiunto nulla alla mia collezione.

Se non vi reca troppo disturbo, ritornate assieme a Jupiter. Venite, venite. Desidero di vedervi questa sera per una faccenda molto grave. Vi assicuro che si tratta di una cosa della più alta importanza.

Vostro dev.mo
WILLIAM LEGRAND.

Nel tono di quella lettera v’era qualche cosa che mi cagionò una grave preoccupazione.

Quello stile differiva assolutamente dalla solita maniera di scrivere di Legrand. A che diamine pensava egli? Quale nuova ubbia aveva preso possesso del suo cervello? Quale faccenda di una così alta importanza egli stava dunque per compiere? Il racconto di Jupiter non mi faceva presagire nulla di buono; io temevo che la continua pressione dell’infortunio toccatogli non avesse colpito singolarmente il cervello dell’amico mio; senza dunque esitare un solo istante mi decisi ad accompagnare il negro.

Giunti al molo, vidi una falce e tre vanghe affatto nuove, che giacevano in fondo al battello sul quale noi stavamo per imbarcarci.

«Che significa ciò, Jupiter?» io chiesi.

«Queste, massa, sono una falce e tre vanghe.»

«Lo vedo bene, ma che ci stanno a far qui?»

«Massa Will mi ha detto di venire in città a comprar per lui questa falce e queste tre vanghe e le ho pagate molto care; ci sono costate una somma da non dire!»

«Ma che cos’è mai tutto questo mistero? che cosa il tuo massa Will vuol fare con questa falce e con queste vanghe?…»

«Voi chiedete più di quello che io possa sapere; nemmeno lui, massa, credo che lo sappia; il diavolo mi porti se non è proprio così. Ma ciò è una conseguenza dello scarabeo.»

Vedendo che da Jupiter non mi riusciva di trarre alcun schiarimento, poiché tutta la sua intelligenza sembrava assorbita dallo scarabeo, discesi nel battello e spiegai le vele. Una bella e forte brezza ben presto ci spinse nel piccolo porto, a tramontana del forte Moultrie, e, dopo una passeggiata di circa due miglia, arrivammo alla capanna. Erano quasi le tre del pomeriggio. Legrand ci attendeva con una viva impazienza. Mi strinse la mano con una sollecitudine15 nervosa che mi impressionò ed invigorì i miei sospetti nascenti. Il suo volto era d’un pallore di spettro e gli occhi splendevano di un fuoco febbrile. Dopo qualche domanda relativa alla sua salute, non trovando null’altro di meglio a dirgli, gli chiesi se il luogotenente G*** gli aveva finalmente restituito il suo scarabeo.

«Oh! sì!» egli rispose diventando scarlatto in volto «gliel’ho ripreso al mattino seguente. Per nulla al mondo io mi separerò più da quello scarabeo. Sapete che Jupiter ha ragione di ciò che pensa di esso?»

«Di che cosa?» chiesi con un triste presentimento nel cuore.

«Egli suppone che sia uno scarabeo veramente d’oro» e disse ciò con una tale serietà che mi produsse un male profondo: poi continuò con un sorriso di trionfo: «Questo scarabeo è destinato a far la mia fortuna, ed a reintegrarmi nei possedimenti della mia famiglia. C’è quindi da stupirsi se io lo apprezzo tanto? Poiché la fortuna ha creduto di farmelo cader nelle mani, non ho a far altro che usarne convenientemente per arrivare fino all’oro di cui esso è l’indizio. Jupiter, portamelo qui.»

«Che?… lo scarabeo, massa? Voi saprete ben prenderlo da per voi: io non voglio aver nulla a spartire con quello scarabeo.»

Allora Legrand s’alzò con un’aria grave ed imponente ed andò a prender l’insetto che tenea custodito sotto una campana di vetro.

Era un superbo scarabeo, sconosciuto ai naturalisti di que’ giorni, e che, dal punto di vista scientifico, doveva avere un gran valore. A un’estremità del dorso, aveva due macchie nere e rotonde, all’altra una eguale macchia di forma allungata. Le elitre erano eccessivamente dure e lucenti, ed avevano l’aspetto dell’oro brunito16.

L’insetto era pesantissimo, e, considerata bene ogni cosa, io non potevo biasimar troppo Jupiter dell’opinione che aveva; ma che anche Legrand andasse su tal cosa d’accordo con lui, ecco quanto mi era impossibile di comprendere, e quand’anche, come di Edipo, ne fosse andata la mia vita, non avrei saputo trovar la spiegazione di quell’enigma.

«Vi ho mandato a chiamare» egli disse con un tono enfatico quando ebbi finito d’esaminar l’insetto, «per domandarvi consiglio ed aiuto nel compimento di ciò che vuole il destino e lo scarabeo…»

«Mio caro Legrand,» esclamai interrompendolo «voi certo non state troppo bene e fareste molto meglio a prendere qualche precauzione. Mettetevi a letto, io vi prometto di restar con voi fino a che sarete guarito. Ora avete la febbre e…»

«Tastatemi il polso» egli disse.

Glielo tastai e, a dir la verità, non trovai il più leggero sintomo di febbre.

«Ma voi potreste ben essere malato senza avere la febbre. Permettetemi, per questa volta soltanto, di far da medico con voi. E prima di tutto, mettetevi a letto. Poi…»

«Voi v’ingannate» egli mi interruppe «io sto benissimo, quanto posso sperare di esserlo nello stato d’eccitamento in cui mi trovo. Se realmente volete vedermi guarito, cercate di alleviare questa mia esaltazione.»

«E che bisogna fare per questo?»

«È facilissimo. Jupiter ed io partiamo per il continente per una spedizione in collina ed abbiamo bisogno dell’aiuto d’una persona nella quale noi possiamo fidare completamente. Voi siete quest’unica persona. Che la nostra impresa riesca o fallisca, voi vedrete egualmente, nell’un caso o nell’altro, cessare in me l’eccitamento di cui ora soffro.»

«Desidero vivamente» risposi «di servirvi in tutto: ma pretendete forse che quest’infernale scarabeo abbia qualche rapporto con la vostra spedizione in collina?»

«Certamente.»

«Allora, Legrand, mi è impossibile di prendere parte ad un’impresa tanto assurda.»

«Me ne dispiace! me ne dispiace… poiché bisognerà che facciamo tutto da soli.»

“Da soli! pensai “ah! il disgraziato certo s’è impazzito! «Ma vediamo…» quindi soggiunsi «quanto tempo durerà la nostra assenza?»

«Forse tutta la notte. Partiamo subito e in ogni modo saremo di ritorno all’alba.»

«E mi promettete sul vostro onore che, appagato questo capriccio ed esaurito con vostra soddisfazione – o Dio buono! – l’affare dello scarabeo, ritornerete a casa e seguirete esattamente i miei consigli come quelli del vostro medico?»

«Sì, ve lo prometto; ed ora andiamo perché non abbiamo tempo da perdere.»

Accompagnai l’amico col cuore grosso. Legrand, Jupiter, il cane ed io ci mettemmo in cammino alle quattro. Jupiter prese la falce e le vanghe; e mi parve che insistesse più pel timore di lasciare uno di quegli istrumenti nelle mani del suo padrone, che per eccesso di zelo e di compiacenza. Egli era inoltre d’un umore infernale, e le parole dannato scarabeo! furono le sole che gli uscirono dalle labbra durante la strada. Io portavo due lanterne cieche. Legrand si era contentato del solo scarabeo che aveva attaccato all’estremità di un pezzo di spago e che, camminando, faceva girare intorno a sé con un’aria da mago. Quando osservai quel supremo sintomo di pazzia nel mio povero amico, potei appena trattenere le lagrime.

Tuttavia pensai che, almeno pel momento, era meglio seguir la sua fantasia, se non altro fino a quando io avessi potuto prendere una qualche energica misura con probabilità di successo. Ciononostante, provai, ma inutilmente, d’interrogarlo sullo scopo di quella nostra spedizione. Egli era riuscito a persuadermi ad accompagnarlo, ed ora sembrava poco disposto ad intavolar discorso sopra un soggetto d’una così mite importanza. Ad ogni mia domanda, egli rispondeva invariabilmente: «Vedremo!»

Traversammo con uno schifo17 il canale alla punta dell’isola, ed arrampicandoci sul terreno montuoso della riva opposta, ci dirigemmo verso nord-ovest attraverso una regione orribilmente selvaggia e desolata, dove era impossibile di scoprir traccia di piede umano. Legrand seguitava dritto per la sua via, fermandosi solamente, di tratto in tratto, per consultare alcuni segni che parevano essere stati da lui stesso fatti in precedenti escursioni.

Procedemmo così per circa due ore ed il sole era già al tramonto, quando penetrammo in un luogo infinitamente più sinistro di quanti ne avevamo fino allora percorsi. Era una specie di ripiano vicino alla sommità d’una montagna maledettamente scoscesa, coperta di boscaglie dalle falde alla sommità e cosparsa d’enormi blocchi di pietra che sembravano essere stati gettati alla rinfusa sul suolo, e alcuni dei quali infallibilmente avrebbero precipitato fino al fondo della valle, se non avessero avuto il sostegno degli alberi su cui si appoggiavano. Profondi burroni s’aprivano in diverse direzioni e davano alla scena un lugubre carattere di solennità.

La piattaforma naturale sulla quale noi eravamo saliti era talmente ingombra di cespugli, che ci accorgemmo come, senza l’aiuto della falce, non ci sarebbe stato possibile di aprirci un passaggio. Jupiter, dietro un ordine del suo padrone, cominciò ad aprirsi la via fino al piede di un gigantesco tulipifero che, assieme ad altre dieci o dodici quercie, si alzava su quella piattaforma e le sorpassava tutte. Desso18 superava eziandio tutti gli altri alberi che io aveva fino allora veduto, per la bellezza delle sue forme e del suo fogliame, per l’immenso sviluppo de’ suoi rami e per la maestà dell’aspetto. Arrivati a quel punto, Legrand si voltò verso Jupiter e gli domandò se era in grado di arrampicarsi su quell’albero. Il povero vecchio parve alquanto stupito da quella domanda e rimase per qualche istante senza rispondere. Pure s’accostò all’enorme tronco, ne fece lentamente il giro, l’esaminò con una minuziosa attenzione. Terminato il suo esame, egli disse solamente:

«Sì, massa; Jup non ha mai veduto un albero sul quale non potesse arrampicarsi.»

«Allora, sali; andiamo! e presto! imperocché ben presto sarà troppo nero per poterci vedere.»

«Fino a dove bisogna montare, massa?» domandò Jupiter.

«Va’ prima sul tronco, poi ti dirò io da qual parte ti dovrai voltare… Ah! un momento! Prendi con te questo scarabeo.»

«Lo scarabeo, massa Will! lo scarabeo d’oro!» gridò il negro, indietreggiando spaventato «perché bisogna che io porti meco cotesto scarabeo sull’albero?… Che il diavolo mi porti se lo prendo!…»

«Jup, se voi avete paura, voi, che pure siete un negro grande e forte, se avete paura di toccare un così piccolo insetto morto e inoffensivo… ebbene lo reggerete con questo spago; ma se non lo portate con voi nell’una o nell’altra maniera, io mi troverò nella crudele necessità di spaccarvi la testa con questa vanga.»

«Dio mio! e che c’è dunque mai, massa?» domandò Jup, che la paura rendeva più compiacente. Voi state sempre cercando di bisticciarvi col vostro vecchio negro! Era uno scherzo, ecco! Io, aver paura dello scarabeo! io me ne impippo dello scarabeo!»

E prese con una grande precauzione l’estremità dello spago e tenendo l’insetto quanto più poteva lontano, prese ad ascendere sul tronco dell’albero.

Nella sua giovine età, il tulipifero o liriodendro19, il più splendido albero delle foreste americane20, ha un tronco liscio che spesso si alza fino ad una grande altezza senza spuntare rami laterali: arrivato poi alla sua maturità, la scorza del tronco diviene rugosa ed ineguale ed una quantità di rami rudimentali germogliano lungo l’albero. Quindi l’ascensione di quell’albero era più difficile in apparenza che in realtà.

Aiutandosi come meglio poteva, con le braccia e colle ginocchia su quell’enorme rotondità, afferrandosi con le mani a qualcuno di quei rami sporgenti, e facendo forza di piedi, dopo essere stato sul punto di cadere un paio di volte, Jupiter arrivò fino alla prima grande biforcazione, ed allora parve ritenere l’ascensione come virtualmente compiuta. Infatti il rischio principale dell’impresa era scomparso, nonostante che il negro si trovasse a sessanta o settanta piedi dal suolo.

«Ed ora, massa,» egli chiese, «da qual parte debbo andare?»

«Segui il ramo più grosso» rispose Legrand «tenendoti sempre dalla parte di qua.»

Il negro gli obbedi prontamente e in apparenza senza troppa difficoltà; egli salì, salì sempre più in alto, fino a che la sua persona scomparve nel più folto del fogliame. Egli era diventato assolutamente invisibile. Allora s’intese di lontano la sua voce che gridava:

«Fino a dove bisogna salire?»

«A che altezza sei?» chiese Legrand.

«Tanto in alto» rispose il negro «che posso vedere il cielo attraverso gli ultimi rami dell’albero.»

«Non t’occupare del cielo, ma sta’ attento a quel che ti dico. Guarda il tronco, e conta da questa parte i rami sotto a te. Quanti ne hai passati?»

«Uno, due, tre, quattro, cinque; ho passato, massa, da questa parte cinque grossi rami.»

«Allora sali un altro ramo ancora.»

Dopo qualche minuto nuovamente si fece sentir la voce del negro che annunziava che egli aveva raggiunto il settimo ramo.

«Ora, Jup» gridò Legrand in preda ad una manifesta agitazione «bisogna che tu trovi il mezzo di avanzarti più che potrai su quel ramo. Mi dirai se vi vedrai qualche cosa di singolare.»

Da quel momento, i pochi dubbi che mi erano rimasti sulla pazzia del mio povero amico disparvero completamente. Io non potevo più considerarlo che come un uomo colpito d’alienazione mentale, e cominciai a preoccuparmi seriamente per i mezzi da mettere in atto per ricondurlo a casa. Mentre stavo pensando a quel che sarebbe stato meglio fare, la voce di Jupiter si fece sentire nuovamente.

«Ho timore di spingermi troppo avanti su questo ramo; è un ramo morto quasi in tutta la sua lunghezza.»

«Tu dici Jupiter che è proprio un ramo morto?» gridò Legrand con la voce tremante dall’emozione.

«Sì, massa, morto completamente, è un affare bello che finito; è morto addirittura, è proprio tutto senza vita.»

«In nome di Dio che dobbiamo fare?» chiese Legrand, che pareva in preda a una vera disperazione.

«Che fare?» risposi, felice d’afferrar quell’occasione per metter fuori una parola ragionevole. «Tornare a casa e andarcene a letto. Andiamo… venite!… Siate buono, amico mio. Si fa tardi e ricordatevi della vostra promessa.»

Ma egli senza ascoltarmi affatto si mise a gridare:

«Jupiter, mi senti?»

«Sì, massa Will, vi sento perfettamente.»

«Conficca il tuo coltello nel legno e dimmi se esso è molto putrefatto.»

«Putrefatto, massa, molto putrefatto» rispose subito il negro «non tanto però quanto potrebbe esserlo. Potrei avanzarmi ancora un poco sul ramo… ma io solo.»

«Tu solo! che cosa vuoi tu dire?»

«Voglio parlar dello scarabeo. Lo scarabeo è pesante, e se io lo lasciassi subito, il ramo potrebbe, senza spezzarsi, sostenere il peso d’un povero negro.»

«Briccone infernale!» fece Legrand che parve abbastanza sollevato «quali sciocchezze mi vai cantando? Se lasci cader l’insetto bada che ti torco il collo. Hai inteso Jupiter?»

«Sì, massa, ma non vale la pena di trattare così un povero negro.»

«Ebbene, ora ascolta: se tu arriverai su quel ramo più lontano che potrai senza causar nessun danno, e senza lasciar lo scarabeo, quando sarai disceso, ti regalerò subito un dollaro d’argento.»

E il negro rispose sollecitamente:

«Ci vado, massa Will, eccomi… sono quasi alla fine.»

«Alla fine?» esclamò Legrand molto raddolcito «sei proprio alla fine di quel ramo?»

«Ci sono quasi, massa,… oh! oh! oh! signore Iddio misericordia! che c’è sull’albero?»

«Ebbene» gridò Legrand al colmo della gioia «che c’è?»

«Eh! non è altro che un cranio; qualcuno ha lasciato la sua testa sull’albero, e i corvi ne han mangiata tutta la carne.»

«Un cranio, tu dici? benissimo! come è attaccato al ramo? Da che cosa è tenuto fermo?»

«Oh! sta ben fermo: bisogna vederlo! ah! è una cosa buffa in parola d’onore: il cranio è traversato da un grosso chiodo che lo tiene fermo all’albero.»

«Benissimo! ora, Jupiter, fa’ esattamente ciò che io dico: hai capito?»

«Sì, massa

«Sta’ attento! trova l’occhio sinistro del cranio.»

«Oh! oh! questa è buffa davvero!… non v’ha occhio sinistro.»

«Maledetto stupido! sai tu distinguere la mano destra dalla mano sinistra?»

«Sicuro che lo so: la mia mano sinistra è quella con la quale taglio la legna.»

«Allora tu sei sinistro: e il tuo occhio sinistro si trova dalla stessa parte della tua mano sinistra. Ora suppongo che riuscirai a trovare l’occhio sinistro del cranio o il posto dove era l’occhio sinistro. L’hai trovato?»

Vi fu una lunga pausa. Finalmente il negro domandò:

«L’occhio sinistro del cranio sta dalla stessa parte che la mano sinistra del cranio?… Ma il cranio non ha mani affatto! non fa nulla: io ho trovato l’occhio sinistro: ecco qua l’occhio sinistro! adesso che devo fare?…»

«Lascia passarvi attraverso lo scarabeo, fino a che ti basta lo spago, ma sta’ bene attento a non lasciarlo.»

«Ecco fatto, massa Will; non era difficile far passare lo scarabeo per il buco; guardate, eccolo che discende.»

Durante un tale dialogo la persona del negro era rimasta invisibile; ma l’insetto che egli faceva scorrere appariva appeso all’estremità dello spago e scintillava come una palla d’oro agli ultimi sprazzi del sole morente che ancora giungevano debolmente là su quell’altura dove noi ci trovavamo. Lo scarabeo scendendo usciva fuori dal viluppo dei rami, e se Jupiter lo avesse lasciato andare, sarebbe caduto ai nostri piedi.

Legrand s’impadronì della falce e cominciò a diradare i cespugli per uno spazio circolare di tre o quattro yarde di diametro, proprio al punto dove discendeva l’insetto: poi, quando ebbe terminato un tal lavoro, ordinò al negro di lasciar la corda e di scendere dall’albero.

Con una scrupolosa diligenza, il mio amico conficcò un piuolo al punto preciso dove lo scarabeo era caduto e si trasse quindi di tasca una corda metrica. Ne fissò un’estremità al tronco dell’albero dalla parte che si trovava più vicino al piuolo, la volse fino a questo e poi continuò ancora sulla direzione che gli era data da questi due punti – il tronco ed il piuolo – fino ad una distanza di cinquanta piedi. Intanto Jupiter seguitava con la falce a tagliare i cespugli. Al punto dove Legrand si fermò, piantò un secondo piuolo, intorno al quale descrisse grossolanamente un cerchio di circa quattro piedi di diametro. Allora afferrò una vanga, ne diede una a Jupiter e un’altra a me e ci pregò di metterci lì a cavar terra di tutta lena.

A dirla francamente, io non avevo provato mai nessun gusto per un simile esercizio, ed anche, nel caso presente, ne avrei fatto a meno molto volentieri, poiché la notte s’avanzava ed io mi sentiva abbastanza stanco per tutto quello che avevo già fatto fin allora: però non vedevo nessuna via d’uscita, e temevo di turbare con un mio rifiuto la prodigiosa serenità del mio povero amico. Se avessi potuto contare sull’aiuto di Jupiter non avrei esitato a tentar di ricondurre con la forza quel pazzo a casa sua; ma conoscevo invece troppo bene il carattere di quel vecchio negro, per poter contare su di lui nel caso di una lotta personale in una circostanza qualunque col suo padrone. Io non dubitavo punto che Legrand non avesse il cervello bacato da una di quelle innumerevoli superstizioni che nel Sud si hanno a proposito di tesori nascosti: e che una tale idea gli fosse stata confermata dall’aver trovato lo scarabeo, o fors’anche dalla stessa ostinazione di Jupiter a voler sostenere che si trattava d’uno scarabeo veramente d’oro. Uno spirito propenso alla follia poteva facilmente lasciarsi trascinare da simili suggestioni, specialmente quando queste andavano d’accordo con altre proprie idee preconcette; poi mi ricordai il discorso del povero giovane su quello scarabeo, indizio della sua fortuna! Io poi ero sopratutto tormentato e imbarazzato in un modo crudele: ma risolvetti di far buon viso alla cattiva fortuna e mi misi a cavare con tutta l’energia, per convincere, il più presto possibile, quel mio visionario con una dimostrazione oculare della inanità dei suoi sogni.

Accendemmo le lanterne e ci mettemmo al lavoro con una intensità ed uno zelo degni d’una causa più ragionevole. E siccome la luce cadeva su noi e sui nostri utensili, non potei fare a meno di pensare che noi formavamo un gruppo veramente pittoresco e che se qualcuno, per caso, fosse piombato là in mezzo a noi, gli saremmo certo apparsi come intenti ad un ben strano e molto sospetto lavoro.

Faticammo per due ore buone. Il nostro imbarazzo principale era cagionato dall’abbaiare del cane che prendeva un eccessivo interesse al nostro lavoro. E alla fine diventò talmente turbolento che tememmo potesse richiamare l’attenzione di qualcuno del vicinato, e questa era la grande paura di Legrand – poiché, per conto mio, sarei stato ben contento che una interruzione qualsiasi fosse venuta a permettermi di ricondurre a casa quel povero vagabondo. Finalmente il chiasso cessò per opera di Jupiter, che, lanciatosi tutto impazientito fuor della fossa, strinse il muso della bestia con una delle sue bretelle, e si rimise quindi al lavoro col viso pieno di un suo risolino di trionfo.

Eran passate due ore, avevamo raggiunto una profondità di cinque piedi e non si vedeva ancora nessuna traccia di tesoro.

Ci fermammo tutti e cominciai a sperare che quel brutto scherzo stesse per finire. Tuttavia Legrand, quantunque visibilmente sconcertato, s’asciugò la fronte con aria pensierosa, e riprese la zappa.

La fossa occupava già tutta la distesa del cerchio di quattro piedi di diametro. Attaccammo leggermente il contorno di quel limite e scavammo ancora per due piedi. Ma non apparve nulla.

Il mio cercatore d’oro, di cui avevo seriamente compassione, saltò finalmente fuor della fossa con un’aria dipinta sul volto di disperata contrarietà e lentamente e quasi con dispiacere si decise a rimetter la giacca che s’era tolta prima di cominciare il lavoro. Io da mia parte mi guardai bene dal fare alcuna osservazione. Jupiter a un segno del padrone prese a radunare i ferri. Fu tolta la museruola al cane e riprendemmo il nostro cammino in un profondo silenzio.

Avevamo fatto appena una dozzina di passi, quando Legrand emettendo una terribile bestemmia saltò addosso a Jupiter e l’afferrò per la gola. Il negro stupefatto spalancò in tutta la loro ampiezza gli occhi e la bocca, abbandonò gli utensili, e cadde in ginocchio.

«Scellerato!» gridò Legrand, smozzicando le sillabe fra i denti «negro del diavolo! negro imbecille! parla, ti dico! Rispondimi subito, e sta’ ben attento a non sbagliare! Qual è il tuo occhio sinistro?»

«Ah! misericordia! massa Will! non è forse questo il mio occhio sinistro?» piagnucolò spaventato, ponendosi la mano sull’occhio destro e tenendovela ferma coll’ostinatezza della disperazione, temendo quasi che il suo padrone glielo volesse strappare.

«Me lo immaginavo! lo sapevo bene! evviva!» si mise ad urlare Legrand lasciando libero il negro e abbandonandosi a una serie di sgambetti e di capriole21, con grande stupore del suo domestico il quale, rialzatosi senza dire una parola, andava portando i suoi sguardi dal suo padrone a me, e da me al suo padrone.

«Andiamo, bisogna ricominciare,» questi fece «la partita non è perduta.»

E riprese la sua via verso l’albero; arrivato ai piedi del quale si rivolse al negro:

«Vieni qui, Jupiter! Il cranio inchiodato al ramo, sta colla faccia rivolta verso la punta o verso il tronco?»

«La faccia è rivolta verso l’esterno, massa, in modo che i corvi hanno potuto mangiar gli occhi senza difficoltà.»

«Va bene. E allora è da quest’occhio o da quest’altro che tu hai fatto passar lo scarabeo?» e Legrand, così dicendo, toccò alternativamente i due occhi di Jupiter.

«Per quest’occhio qui, massa» disse il povero negro, indicando l’occhio destro per l’occhio sinistro, «proprio come mi avevate detto.»

«Andiamo, andiamo, bisogna ricominciare.»

Allora il mio amico nella cui follia io ora vedeva, o credeva di vedere, alcuni indizi di metodo, riportò il piuolo, che indicava il punto ov’era caduto lo scarabeo, a tre pollici verso ovest dal suo primo posto. Svolgendo quindi nuovamente la sua corda metrica come aveva fatto prima, dal tronco al piuolo, e continuando poi a svolgerla in linea diritta fino a una distanza di cinquanta piedi, egli segnò un nuovo punto distante parecchie yarde dal posto del nostro primo scavo.

Attorno a quel nuovo centro fu tracciato un cerchio un po’ più largo del primo, e di nuovo ci mettemmo a lavorare di zappa. Io ero terribilmente stanco; ma senza pur rendermi conto di ciò che causava un cambiamento nei miei pensieri, non sentivo più una grande avversione per quella fatica che mi ero imposta. Vi prendevo un inesplicabile interesse; dirò anzi che mi vi sentivo eccitato. Forse nello stravagante procedere di Legrand, v’era un certo non so che di deliberato, un certo andamento profetico che mi aveva impressionato. Zappavo con ardore, e di tanto in tanto attentamente indagavo, con un curioso sentimento d’aspettativa, se comparisse quell’immaginario tesoro che aveva fatto dar di volta al cervello del mio sventurato compagno. In un momento in cui quei sogni si erano più singolarmente ancora impadroniti di me, dopo aver già lavorato circa per un’ora e mezza, di nuovo fummo interrotti dai violenti latrati del cane. La sua inquietudine, la prima volta, non era stata evidentemente che il risultato di un capriccio o di una folle gaiezza; ma questa volta essa era d’un carattere più violento e deciso. Essendosi Jupiter sforzato nuovamente di chiudergli la bocca esso resisté furiosamente e saltando dentro alla fossa, prese colle zampe a grattar freneticamente la terra. In pochi secondi esso aveva scoperto un mucchio d’ossa umane formanti due scheletri completi, in mezzo a cui si trovavano parecchi bottoni di metallo, e qualche cosa che ci parve essere vecchia lana triturata e putrefatta. Uno o due colpi di zappa fecero saltar fuori la lama d’un gran coltello spagnuolo; scavammo ancora, e tre o quattro monete d’oro e d’argento apparvero sparse qua e là.

Jupiter, a quella vista, potè appena contenere la sua gioia, ma la fisonomia del suo padrone si atteggiò a una dolorosa contrarietà, ci pregò tuttavia di continuare i nostri sforzi, e non aveva finito di parlare che io traballai e caddi bocconi; la punta del mio piede era stata presa in un grosso anello di ferro che giaceva sepolto a metà, sotto a un mucchio di terra fresca.

Con nuovo ardore ci rimettemmo al lavoro; ed io non ho mai passato in vita mia dieci minuti di una così viva esaltazione. In quell’intervallo di tempo, scavammo interamente un baule di legno, di forma oblunga che, a giudicarne dalla sua perfetta conservazione e dalla sua meravigliosa durezza, evidentemente aveva dovuto subire un qualche processo di mineralizzazione, forse quello del bicloruro di mercurio22.

Quel baule era lungo tre piedi e mezzo, largo tre e profondo due e mezzo: era solidamente fermato da lamine di ferro battuto che vi facevano tutto all’intorno una specie d’intreccio. In ogni lato del baule, vicino al coperchio, si trovavano tre anelli di ferro – sei in tutto – per mezzo dei quali sei persone avrebbero potuto trasportarlo. Tutti i nostri sforzi riuniti non riuscirono che a spostarlo lievemente dal suo letto. Subito ci accorgemmo dell’impossibilità di trasportare un peso così enorme. Fortunatamente il coperchio non era trattenuto che da due catenacci: li facemmo scorrere, tremanti e frementi d’ansietà. E in un momento un tesoro d’un incalcolabile valore s’aprì luccicante ai nostri sguardi. I raggi della lanterna cadevano nella fossa e facevano scintillare un ammasso confuso d’oro e di gioielli donde sprizzavano scintille e lampeggiamenti che ci abbagliavano gli occhi.

Non oserò descrivere il sentimento col quale io osservavo quel tesoro. Come si può facilmente immaginare, lo stupore si era impadronito degli altri. Legrand pareva vinto dalla stessa sua eccitazione e non disse una sola parola. Jupiter era diventato

eccessivamente pallido, per quanto possa diventar pallida una faccia di negro. Egli sembrava stupefatto, fulminato. Ben presto cadde in ginocchio dentro alla fossa e affondando le braccia nude nell’oro fino al gomito, ve le lasciò a lungo come se avesse goduto della voluttà d’un bagno. Finalmente, dopo un profondo sospiro, esclamò come parlando a se stesso:

«E tutto ciò viene dallo scarabeo d’oro? il grazioso scarabeo d’oro! il povero scarabeo d’oro che io ingiuriavo e calunniavo! non ti vergogni ora, brutto negro? ehm?… Che cosa puoi tu rispondere?…»

Bisogna tuttavia che io, per così dire, ridestassi padrone e servitore e che facessi loro comprendere l’urgenza che c’era di trasportare il tesoro. Si faceva tardi ed occorreva tutta la nostra attività se volevamo che tutto fosse posto al sicuro prima dello spuntare del giorno. Non sapevamo a qual partito appigliarci e le nostre idee erano tanto disordinate che perdevamo un gran tempo in inutili ragionamenti. Finalmente alleggerimmo il baule togliendovi due terzi del suo contenuto, e così potemmo alla fine, ma non senza fatica, trarlo fuori della fossa. Gli oggetti che ne avevamo cavati furono deposti fra i cespugli ed affidati alla guardia del cane, a cui Jupiter ingiunse strettamente di non muoversi sotto nessun pretesto e di non aprir bocca fino al nostro ritorno. Allora ci mettemmo precipitosamente in cammino carichi del baule. Senza che nulla ci accadesse, arrivammo ad un’ora del mattino e tremendamente affaticati. Stanchi come eravamo, non potevamo subito rimetterci all’opera; ciò sarebbe stato superiore alle nostre forze. Ci riposammo, fino alle due: poi cenammo; finalmente riprendemmo la via della montagna, muniti di tre grossi sacchi, che,

fortunatamente, avevamo ritrovati nella capanna. Un poco prima delle quattro arrivammo alla nostra fossa, dividemmo il bottino in parti eguali, e senza nemmeno pensare a ricolmare la buca, ci rimettemmo in cammino verso casa ove, per la seconda volta, depositammo il nostro prezioso fardello proprio al momento in cui i primi albori del giorno apparivano ad oriente sopra alle cime degli alberi.

Eravamo assolutamente sfiniti; ma l’attuale profondo eccitamento ci rifiutò il riposo. Dopo un sonno a sbalzi di tre o quattr’ore, ci alzammo come se tutti ci fossimo accordati e ci mettemmo ad esaminare il nostro tesoro.

Il baule era pieno fino alla cima e noi passammo tutta la giornata e gran parte della notte seguente a far l’inventario di ciò che conteneva. Non vi s’era posto alcun ordine: tutto giaceva là dentro alla rinfusa. Quando avemmo fatto un’accurata classificazione generale, ci trovammo in possesso d’una fortuna che sorpassava quanto mai avevamo potuto supporre.

V’era, in monete di diverse specie, un valore di oltre a 450.000 dollari23, facendo dei varî pezzi un calcolo più approssimativo che si poteva. E in mezzo a tutto questo danaro non vi era un solo oggetto d’argento: tutto era in oro di vecchia data e d’una grande varietà: v’erano monete francesi, spagnuole e tedesche, qualche ghinea inglese e qualche gettone24 di cui noi non avevamo mai veduto alcun modello. Vi erano monete di varie specie, grandissime e pesantissime, ma tanto logorate che fu impossibile leggerne le iscrizioni. Non v’era nessuna moneta americana25. La stima degli oggetti fu una cosa alquanto più difficile. Vi trovammo centodieci diamanti, alcuni dei quali grossissimi e d’una rara bellezza, e non uno di essi che fosse piccolo; diciotto rubini d’una rimarchevole lucentezza; trecentodieci splendidi smeraldi; ventuno zaffiri ed un opale. Tutte queste pietre erano state strappate dalle loro legature e gettate alla rinfusa nel baule. Le legature stesse, di cui noi facemmo una categoria a parte, parevano essere state pestate a colpi di martello, quasi per rendere impossibile il riconoscimento.

Oltre a ciò v’era una grande quantità d’ornamenti in oro massiccio: circa duecento cerchi massicci da orecchio; mi par bene trenta belle catene; ottantatré crocifissi molto grandi e molto pesanti; cinque incensieri d’oro d’un gran valore; una gigantesca cogoma26 da punch, in oro, adorna di foglie di vite e di figurine baccanti finemente cesellate; due pomi di spade meravigliosamente lavorati ed una quantità d’altri oggetti più piccoli che ora non mi tornano

a mente.

Il peso di tutti questi varî oggetti superava le 350 libbre27; e nell’elenco ho omesso centonovantasette superbi orologi d’oro, tre dei quali valevano certo 500 dollari ognuno. Parecchi erano vecchissimi e coi meccanismi di nessun valore, avendo sofferto molto per l’azione corrosiva della terra; tutti però erano superbamente adorni di pietre e le casse di essi erano d’un gran valore. In quella notte noi valutammo il valore di ciò che conteneva il baule a un milione e mezzo di dollari28; e quando più tardi vendemmo le pietre e i gioielli ritenendone solo alcune per nostro uso personale ci accorgemmo che nella valutazione ci eravamo tenuti molto al disotto del vero.

Quando finalmente fu finito il nostro inventario e in gran parte calmata la nostra viva eccitazione, Legrand, che s’accorse come io morissi di voglia di conoscere la spiegazione di quel prodigioso enigma, mi fece un dettagliato racconto di tutto con tutte le circostanze che vi si erano attorno raggruppate29.

«Vi ricordate» egli disse «di quella sera in cui vi feci vedere lo schizzo grossolano dello scarabeo? Vi dovete ricordare anche che io fui abbastanza colpito dalla vostra insistenza a voler sostenere che quel mio disegno rassomigliava a una testa di morto. La prima volta che diceste ciò, io credetti che scherzaste: poi mi ricordai quelle macchie com’erano disposte sul dorso dell’insetto e riconobbi io stesso che la vostra osservazione aveva un certo fondamento di verità. Pure la vostra ironia a riguardo delle mie facoltà grafiche mi aveva irritato, perché io ero stato sempre considerato come un discreto artista: perciò quando mi restituiste il pezzo di pergamena io lo fregai con malumore e fui sul punto di gettarlo sul fuoco.»

«Parlate del pezzo di carta?…» interruppi.

«No, esso aveva tutta l’apparenza della carta ed io stesso dapprima avevo creduto che fosse carta veramente, ma quando volli disegnarvi sopra m’accorsi che era un sottilissimo pezzo di pergamena. Era molto sudicio, ve ne ricorderete, e proprio allora che stavo per istropicciarlo, gli occhi miei caddero sul disegno che voi avevate guardato. Immaginate quale fosse il mio stupore, quando vidi l’immagine positiva di un teschio di morto là dove avevo creduto di disegnare uno scarabeo. Per un istante, mi sentii stordito e non seppi che pensare; pur ero certo che il mio disegno differiva da quello in tutti i particolari, benché vi fosse una certa analogia nel contorno generale. Presi allora una candela, e sedendomi all’altra estremità della camera mi diedi ad esaminare più attentamente la pergamena. Voltandola, vidi il mio proprio schizzo sul rovescio, precisamente come lo avevo fatto. La mia impressione fu semplicemente di meraviglia. Vi era un’analogia veramente singolare nel contorno, ed era una bizzarra coincidenza questo fatto dell’immagine d’un teschio a me ignota occupante l’altra facciata della pergamena, proprio sotto al mio disegno dello scarabeo, e d’un teschio che rassomigliava tanto al mio disegno, non solo nel contorno ma anche nelle dimensioni. La singolarità di questa coincidenza mi sbigottì per un istante. Questo è l’effetto solito di tal sorta di coincidenze. Lo spirito si sforza a mettere un rapporto, un legame di causa ad effetto, e non vi potendo riuscire, prova una specie di momentaneo smarrimento. Ma quando uscii da questo stupore, sentii splendere dentro di me, a grado a grado, una convinzione che mi colpì ben altrimenti della coincidenza. Cominciai a ricordarmi distintamente, positivamente che sulla pergamena non vi era alcun disegno, quando vi feci il mio schizzo dello scarabeo. Ne acquistai la certezza assoluta, giacché mi ricordo di averlo voltato e rivoltato cercando il luogo più acconcio. Se il teschio fosse stato visibile l’avrei infallibilmente notato. Vi era in ciò veramente un mistero che mi sentivo incapace di decifrare; ma da quel momento medesimo, mi parve di vedere balenare un lieve bagliore nelle più profonde e più segrete regioni del mio intendimento; una specie di lucciola intellettuale, una concezione embrionale della verità, di cui la nostra avventura della scorsa notte ci ha fornito una così splendida dimostrazione. Mi levai risoluto, e stringendo con gran cura la pergamena, differii ogni ulteriore riflessione fino al momento in cui potessi essere solo.

«Quando voi ve ne andaste e Jupiter si fu addormentato bene, presi ad esaminare con un poco più di metodo la cosa: e prima di tutto mi volli fare una ragione del come quella pergamena era capitata fra le mie mani.

«Il punto dove noi scoprimmo lo scarabeo si trovava sulla costa del continente a un miglio circa dall’isola, ma ad una distanza breve quando il litorale era coperto dall’alta marea.

«Quando presi lo scarabeo, esso mi morse crudelmente ed io lo lasciai cadere. Jupiter con la sua prudenza abituale, prima di prender l’insetto che era volato verso di lui, cercò intorno a sé una foglia o qualche cosa di analogo con cui potersene impadronire. Fu in quel momento che gli occhi suoi ed i miei caddero sul pezzo di pergamena, che presi allora per un pezzo di carta. Era mezzo sepolto nella sabbia. Presso al luogo in cui lo trovammo, osservai le reliquie di uno scafo di grosso battello, almeno da quanto ne potei giudicare. Quei rottami di naufragio erano forse là da un pezzo, perché a mala pena vi si poteva scorgere la fisonomia d’uno scafo di battello.

«Jupiter dunque raccolse la pergamena, avviluppò l’insetto e me lo diede. Poco dopo ripigliammo la via del casolare ed incontrammo il luogotenente G***. Gli mostrai l’insetto, ed egli mi pregò di permettergli di portarlo al forte. Vi acconsentii, ed egli lo cacciò nel taschino del panciotto senza la pergamena che gli serviva d’involto e che io tenevo sempre in mano, mentre egli esaminava lo scarabeo. Ebbe forse timore che mutassi avviso, perché giudicò prudente assicurarsi anzi tutto della sua preda. Voi sapete che egli va matto per la storia naturale e per tutto quanto vi si riferisce. È evidente che allora, senza pensarci, riposi in tasca la pergamena. Vi ricordate che quando sedetti al tavolino per fare uno schizzo dello scarabeo non trovai della carta, dove solitamente ce n’è? Guardai nel cassetto, non

ve n’era neppure. Cercai nelle mie tasche, sperando di trovare una vecchia lettera, quando le mie dita incontrarono la pergamena. Vi narro minuziosamente tutta la serie delle circostanze che l’hanno messa nelle mie mani, perché tutte queste circostanze hanno singolarmente impressionato il mio spirito.

«Senza dubbio mi terrete per un sognatore, ma io aveva già stabilito una specie di connessione. Avevo unito due anelli di una gran catena. Un battello arenato a costa, e non lungi da quel battello una pergamena, non già una carta, portante l’immagine di un teschio. Ora mi domanderete naturalmente dove sta il rapporto? Ed io risponderò che il teschio di morto è l’emblema dei pirati30, i quali hanno sempre, in tutti i loro combattimenti, inalberato la bandiera colla testa di morto.

«Vi ho detto che si trattava di un pezzo di pergamena e non di carta. La pergamena è cosa durevole, quasi indistruttibile. Raro è che si affidino alla pergamena documenti di poca importanza, poiché essa risponde assai men bene della carta ai bisogni consueti della scrittura e del disegno. Questa riflessione mi indusse a pensare che doveva esserci nel teschio qualche rapporto, qualche senso singolare. Badai pure alla forma della pergamena; sebbene uno degli angoli fosse stato distrutto da qualche accidente, si vedeva che la forma primitiva era bislunga, si trattava dunque d’una di quelle striscie che si scelgono per scrivervi sopra un qualche importante documento, una nota che si voglia conservare a lungo e con cura.»

«Ma» interruppi «voi dite che il cranio non c’era sulla pergamena, quando vi disegnaste lo scarabeo. Come dunque potevate stabilire un rapporto fra il battello e il cranio, poiché quest’ultimo, lo confessate voi stesso, ha dovuto essere disegnato Dio sa come e da chi posteriormente al vostro disegno?»

«Ah! è appunto su ciò che si ravvolge tutto quanto il mistero, quantunque non abbia avuto una grande difficoltà a risolvere questo punto dell’enigma.

«La mia via era sicura e non poteva condurmi che a un solo risultato. Io, per esempio, facevo questo ragionamento: quando disegnai lo scarabeo, sopra alla pergamena non v’aveva alcuna traccia di cranio: quando io ebbi finito il mio disegno e ve lo passai, non vi perdei un momento di vista fino a che non me lo ridaste. Perciò non eravate certo voi che avevate disegnato il cranio e là non v’era alcun altro che avesse potuto farlo. Non era dunque opera d’una mano, eppure ciò era accaduto là sotto ai nostri occhi! Giunto a questo punto delle mie riflessioni, presi a ripensare e ricordai con precisione tutte le più piccole cose avvenute in quel breve intervallo. La temperatura per un raro, per un fortunato caso!, era fredda ed un buon fuoco ardeva sul caminetto. Io ero abbastanza riscaldato dal moto e m’assisi vicino alla tavola: voi avevate rivolta la vostra sedia dalla parte del camino. Proprio al momento in cui io vi misi la pergamena fra le mani e stavate sul punto d’esaminarla, Wolf, il mio cane di Terranova, entrò nella camera e vi saltò sulle spalle. Mentre lo accarezzavate con la mano sinistra e cercavate di scostarlo da voi, tenevate abbandonata noncurantemente la mano destra, che stringeva fra le dita la pergamena, sulle vostre ginocchia, vicinissima al fuoco. Per un momento credetti che la fiamma potesse appiccarvisi e fui sul punto di dirvi di stare attento; ma prima che potessi parlare, avevate ritirato la vostra mano e v’eravate messo ad esaminare la pergamena. Considerate tutte queste circostanze, non dubitai più per un solo istante che il calore non fosse stata la causa che aveva fatto comparir sulla pergamena quel teschio che voi vi avevate veduto. Sapete bene che in ogni tempo vi sono state preparazioni chimiche per mezzo delle quali si può scrivere sulla carta o sopra la pergamena in caratteri che non diventano visibili se non quando sono sottoposti all’azione del fuoco. Qualche volta s’adopra il turchino di smalto disciolto in acqua regia31 e allungato in quattro volte il suo peso d’acqua pura: e se ne ha una tinta verde. Il regolo di cobalto32, sciolto nello spirito di nitro dà un color rosso. Questi colori spariscono più o meno tempo dopo che la sostanza sulla quale si è scritto si sia raffreddata, ma ricompariscono quando si voglia, con la semplice esposizione della carta al calore del fuoco.

«Esaminai allora il teschio con la massima cura e vidi che il contorno esterno, cioè quello più prossimo all’orlo della pergamena era molto più chiaro che l’altro. Evidentemente l’azione del calorico era stata imperfetta od ineguale. Accesi immediatamente del fuoco, e sottoposi ogni parte della pergamena ad un calore ardente. Sulle prime ciò non diede altro risultato che rinforzare le linee un po’ pallide del teschio; ma proseguendo l’esperienza, io vidi apparire, in un canto della striscia, in quello diagonalmente opposto all’altro, in cui era tracciato il teschio, una figura che supposi essere a bella prima quella d’una capra. Ma un più attento esame mi convinse che si aveva voluto rappresentare un capretto.»

«Ah! ah!» dissi io «non ho certo il diritto di beffarmi di voi; un milione e mezzo di dollari è cosa troppo seria; ma certo non aggiungerete un terzo anello alla vostra catena; non troverete alcun rapporto speciale tra i pirati ed una capra; i pirati, sapete bene, non hanno nulla da fare colle capre. Questo riguarda i pastori.»

«Ma vi ho detto che l’immagine non era quella d’una capra.»

«E sia pure un capretto; non è forse quasi lo stesso?»

«Quasi, ma non precisamente» disse Legrand. «Avete inteso parlare forse d’un certo capitano Kidd33? Io considerai subito la figura di questo animale come una specie di sottoscrizione logogrifica, o geroglifica, perché Kid in inglese significa capretto; dico sottoscrizione, perché il posto che occupava sulla pergamena suggeriva naturalmente questa idea. Quanto al teschio, che era sull’angolo diagonalmente opposto, m’aveva l’aria di un sigillo, di un’impronta. Ma fui crudelmente disilluso dall’assenza del resto, del corpo medesimo del mio documento sognato.»

«Speravate di trovare una lettera fra l’impronta e la sottoscrizione?»

«Presso a poco. Il fatto è che io mi sentivo come irresistibilmente invaso dal presentimento di una immensa fortuna imminente. Perché? non lo saprei dire. Era forse, in fin dei conti, meglio un desiderio che una credenza positiva… Ma credereste che le parole assurde di Jupiter, quando disse che lo scarabeo era d’oro massiccio, ebbero una grande influenza sulla mia immaginazione? E poi questa serie di accidenti e di coincidenze era propriamente straordinaria. Avete notato tutto ciò che vi è di fortuito là dentro? È stato necessario che tutti questi avvenimenti accadessero il solo giorno dell’annata in cui abbia fatto tanto freddo da rendere necessario il fuoco; e senza questo fuoco, e senza l’intervento del cane, al momento preciso in cui comparve, io non avrei mai avuto conoscenza del teschio, né mai avrei posseduto questo tesoro.»

«Avanti, avanti, ché io sono sui carboni accesi.»

«Ebbene, voi saprete, immagino, tutte le storie che sono state diffuse, i mille vaghi rumori relativamente ai tesori che si dicono nascosti da Kidd e dai suoi compagni sulle coste dell’Atlantico? Tutte queste chiacchiere in fondo dovevano avere un qualche fondamento: e se tali ciarle duravano con tanta persistenza da tanto tempo, ciò, secondo me, non poteva derivare che dal fatto che il tesoro misterioso si trovava ancora nascosto. Se Kidd avesse tenuto celato il suo bottino per un certo tempo e poi lo avesse ripreso, quelle chiacchiere non si sarebbero divulgate in quella forma invariabile e non sarebbero così arrivate fino a noi. Osservate che le ciarle in questione si aggirano sempre intorno a cercatori e mai intorno a ritrovatori di tesori. Se il pirata avesse ripreso la sua roba, non se ne sarebbe parlato più. A me parve che un accidente qualsiasi, come, ad esempio, la perdita dell’appunto indicante il luogo preciso dove il tesoro era stato nascosto, avrebbe potuto levargli ogni via di ritrovarne la traccia. Supposi che un tale accidente fosse stato conosciuto dai suoi compagni, i quali altrimenti non avrebbero mai saputo che un tesoro era stato nascosto, e i quali con le loro infruttuose ricerche avevano fatto nascere quelle ciarle e quelle leggende che ora sono diventate tanto comuni. Avete mai inteso parlare d’un importante tesoro che sia stato dissotterrato sulla costa?»

«Mai.»

«Ora è notorio che Kidd aveva accumulato ricchezze immense, ed io ritenni per

sicuro che esse dovevano trovarsi ancora sotto terra: e non vi stupirete se io vi dirò anche che cominciai a sentire in me una vaga speranza, una speranza che andava a mano a mano diventando certezza: ed era la pergamena, tanto singolarmente capitata nelle mie mani, che conteneva l’indicazione precisa del posto ove il tesoro era stato seppellito.

«E come avete fatto?

«Esposi di nuovo la pergamena alla fiamma, dopo averla ravvivata; ma nulla comparve. Pensai che lo strato di grasso che vi era depositato potesse essere in parte causa di quell’insuccesso; perciò pulii accuratamente la pergamena versandovi sopra dell’acqua calda e la misi dentro a una casseruola di ferro, col cranio volto al di sotto; poi misi la casseruola sopra un braciere ardente. Dopo pochi minuti il recipiente era perfettamente caldo, ed allora ne trassi la striscia di cartapecora e, con una gioia che non vi so descrivere, mi accorsi che in parecchi punti era macchiata da segni simili a una quantità di cifre messe in fila. La rimisi nella casseruola e ve la lasciai ancora per un minuto: quando nuovamente la trassi fuori, essa era come adesso voi la vedrete…»

E a questo punto Legrand, avendo ancora una volta riscaldata la pergamena, la sottopose al mio esame: e le righe seguenti, segnate grossolanamente in rosso, apparvero tracciate fra il teschio ed il capretto:

5 3 ‡ ‡ † 3 0 5 ) ) 6 * ; 4 8 2 6 ) 4 ‡ . ) 4 ‡ ) ; 8 0 6 * ; 4 8 † 8 ¶ 6 0 ) ) 8 5 ; 1 ‡ ( ; : ‡ * 8 † 8 3 ( 8 8 ) 5 * † ; 4 6 ( ; 8 8 * 9 6 *? ; 8 ) * ‡ ( ; 4 8 5 ) ; 5 * † 2 : * ‡ ( ; 4 9 5 6 * 2 ( 5 * — 4 ) 8 ¶ 8 * ; 4 0 6 9 2 8 5 ) ; ) 6 † 8 ) 4 ‡ ‡ ; 1 ( ‡ 9 ; 4 8 0 8 1 ; 8 : 8 ‡ 1 ; 4 8 † 8 5 ; 4 ) 4 8 5 † 5 2 8 8 0 6 * 8 1 ( ‡ 9 ; 4 8 ; ( 8 8 ; 4 ( ‡? 3 4 ; 4 8 ) 4 ‡ ; 1 6 1 ; : 1 8 8 ; ‡? ;

«Ma» feci, restituendogli la striscia «non ci capisco niente più di prima. Se tutti i tesori di Golconda34 dovessero essere il premio promessomi per la soluzione di questo logogrifo, io sarei sicuro di non guadagnarli.»

«Eppure» rispose Legrand «la soluzione non è poi tanto difficile come può sembrare a prima vista. Questi caratteri, come ognuno potrebbe facilmente indovinare, formano una cifra, il che significa che hanno un senso nascosto: ma da quel tanto che si conosce di Kidd, io non lo potevo certo supporre capace di comporre un campione di una molto astrusa crittografia. Pensai dunque subito che anche questo non dovesse essere molto complicato, quantunque dovesse sembrare assolutamente insolubile, senza possederne la chiave, all’intelligenza grossolana di quel marinaio.»

«E voi, Legrand, l’avete veramente spiegato?»

«Molto facilmente: ne ho risoluti altri diecimila volte più complicati di questo. Le circostanze ed una certa inclinazione del mio spirito mi hanno sempre spinto ad interessarmi a questo genere d’enigmi, ed è veramente da porre in dubbio che l’intelligenza umana possa creare un enigma di questo genere, che poi l’ingegno umano non riesca da un’altra parte a spiegare. Quindi, riuscito a stabilire una serie di caratteri leggibili, mi degnai appena di pensare alla difficoltà di cavarne fuori il significato.

«Nel caso presente, come in ogni caso di scrittura segreta, il primo quesito da sciogliere è la lingua della cifra; giacché i principî di soluzione, segnatamente quando si tratti delle cifre più semplici, dipendono dal genio di ogni idioma, e possono esserne modificati. In generale, non si ha altro mezzo che esperimentare successivamente, dirigendosi secondo le probabilità, tutte le lingue che si conoscono, fino a tanto che si sia trovata la buona. Ma nella cifra di cui si tratta, ogni difficoltà in proposito era risoluta dalla sottoscrizione. Il rebus sulla parola Kid non è possibile che nella lingua inglese. Senza di ciò, io avrei incominciato i miei tentativi dallo spagnuolo e dal francese, che sono le lingue nelle quali un pirata dei mari spagnuoli35 aveva dovuto più naturalmente celare un segreto di tal natura. Ma, nel caso presente, io presumeva che il crittogramma fosse inglese.

«Osservate come fra le varie parole non esista spazio alcuno: se vi fossero stati spazi la soluzione sarebbe stata infinitamente più facile. In questo caso io avrei cominciato a fare un’analisi delle parole più brevi e se vi avessi trovato, come ciò è sempre probabile, una parola d’una sola lettera a, per esempio, o i (che in inglese significano un o io) avrei ritenuto la soluzione come bella e trovata. Ma poiché, come vedete, non vi sono spazi, il mio primo dovere era di rilevare quali fossero le lettere predominanti, come anche quali fossero quelle che capitavano più raramente. Le contai tutte e potei stabilire la tavola seguente:

La figura 8 si trova 33 volte

 

;  

26.

4  

19.

‡ )

16.

*  

13.

5  

12.

6  

11.

† 1

8.

0  

6.

9 2

5.

: 3

4.

?  

3.

¶  

2.

[[ ] ]] —.

1

«Ora la lettera che in inglese s’incontra più frequentemente è la e. Le altre si succedono in quest’ordine: a, o, i, d, h, n, r, s, t, u, y, c, f, g, l, m, w, b, k, p, q, x, z. La e predomina tanto singolarmente, che è molto raro trovare una sola frase d’una certa lunghezza, di cui essa non sia la lettera principale.

«Noi abbiamo dunque, fin dal principio, una base d’operazione che è qualche cosa di più d’una semplice congettura. L’uso generale che può farsi di questa tavola è evidente, ma per ciò che riguarda questo segno particolare, noi non ce ne serviremo che molto mediocremente. Poiché la nostra figura dominante è il numero 8, cominceremo a prenderlo per l’e dell’alfabeto naturale. Perché una tal supposizione si verifichi vediamo prima di tutto se il numero 8 si trova anche raddoppiato, imperocché l’e in inglese si raddoppia molto frequentemente, come, per esempio, nelle parole meet, fleet, speed, seen, been, agree, ecc. E ci accorgiamo come, nel caso nostro, esso non si trovi raddoppiato, nonostante la brevità del crittogramma, meno di cinque volte.

«Dunque 8 significherà e. Ora di tutte le parole della nostra lingua, la parola the (articolo) è la più comune: perciò dobbiamo cercare se non si trovi ripetuta parecchie volte una combinazione di tre figure, di cui il numero 8 sia l’ultima. Se troveremo di tali gruppi, è molto probabile che essi rappresentino la parola the. Infatti non ve ne troviamo meno di sette: e le figure sono 48: noi dobbiamo quindi arguirne che il punto e virgola rappresenta il t e che il 4 rappresenta l’h e l’8 l’e, ed ecco anche che il valore di quest’ultimo segno viene a trovarsi nuovamente confermato. Ed abbiamo fatto, mi pare, un gran passo in avanti.

«Noi non abbiamo spiegato che una sola parola, ma questa sola parola ci permette di stabilire un punto molto più importante, quale è il principio e la fine di altre parole. Guardiamo, per esempio, il penultimo caso in cui si presenta una tale combinazione:

; 48

quasi alla fine della crittografia. Noi sappiamo che il ; che viene immediatamente appresso alla formula ; 48 è il principio d’una parola, e delle sei figure che seguono il the, poi non ne conosciamo già meno di cinque. Mettiamo quindi al posto delle figure le lettere che esse rappresentano, lasciando vuoto lo spazio per quella che ancora non conosciamo:

t eeth

«Ora dobbiamo prima di tutto scartare il th che non può far parte della parola incominciante con t, poiché, sostituendo alla lettera mancante tutte le lettere del nostro alfabeto, non troviamo nessuna parola, della nostra lingua, di cui possa far parte quel th finale. E le figure quindi si riducono a

tee

e riprendendo da capo, se occorra, tutto l’alfabeto, noi dobbiamo arrivare a tree, albero, che è la sola versione possibile. Così abbiamo trovato una nuova lettera r rappresentata dal segno ( e abbiamo anche due parole unite: the tree: l’albero.

«Non molto distante, ritroviamo la combinazione ; 48 e ce ne serviamo subito come di termine per la parola che precede immediatamente: abbiamo quindi la formula seguente:

the tree ;4(‡?34 the

o, sostituendo le lettere naturali alle figure che ora conosciamo, abbiamo:

the tree thr ‡?34 the

mettiamo ancora dei puntini alle figure ancora per noi sconosciute ed avremo:

the tree thr…h the

dove la parola through: a traverso quasi balza fuori da se stessa. E questa scoperta ci dà altre tre lettere o, u e g rispettivamente rappresentate dalle figure

‡, ? e 3

«Ora cerchiamo con molta attenzione nel crittogramma le varie combinazioni di caratteri conosciuti, e, presso al suo principio, troveremo la riunione seguente:

83(88, ossia egree

che, senza alcun dubbio, è la desinenza della parola degree, grado che ci offre ancora una nuova lettera d rappresentata dal segno +.

«Quattro lettere dopo la parola degree, troviamo la combinazione:

;46(;88

 

della quale, traducendo le lettere conosciute e sostituendo con un punto la sconosciuta, abbiamo:

th – rtee.

la cui composizione ci suggerisce subito la parola thirteen, tredici e ci fornisce due nuove lettere i ed n rappresentate dalle figure 6 e *.

«Risalendo ora al principio del crittogramma, troviamo la combinazione:

53‡‡†

che, tradotta al modo che abbiamo seguito finora, significa

. good

e ciò ci prova che la prima lettera dev’essere un’a e che per conseguenza le due prime parole sono

a good, un buono.

«E adesso, ad evitare ogni confusione, è tempo di disporre sotto forma di tavola tutte le spiegazioni che abbiam trovato finora. Il che sarà per noi un principio della vera chiave:

5

 rappresenta

a

d

8

e

3

g

4

h

6

i

*

n

o

(

r

;

t

«Così noi non abbiamo meno di dieci lettere delle più importanti, e mi sembra inutile di seguitare traverso a tutti i dettagli della soluzione. Mi pare di avervene mostrato abbastanza, per convincervi che, caratteri cifrati di questa specie, non sono punto difficili ad essere risoluti, e per darvi un’idea dell’analisi ragionata che serve a raggiungere lo scopo. E tenete pure per sicuro che il saggio che noi abbiamo ora sotto gli occhi appartiene alla categoria delle crittografie più semplici. Ora non mi resta che presentarvi la traduzione completa del documento come se successivamente, ad una ad una, ne avessimo decifrate tutte le figure.

«E la traduzione eccola:

A good glass in the bishop’s hostel in the devil’s seat forty-one degrees and thirteen minutes northeast and by north main branch seventh limb east side shoot from the left eye of the death’s-head a bee-line from the tree through the shot fifty feet out.

Un buon bicchiere nell’albergo del vescovo nella seggiola del diavolo 41 grado e 13 minuti nord-est quarto di nord fusto principale settimo ramo lato est, lascia cadere dall’occhio mancino del teschio una linea retta dall’albero attraverso la palla cinquanta piedi al largo.»

«Ma» io dissi «l’enigma mi pare che rimanga enigmatico quanto prima, né più né meno. Che significato si può cavare da questo miscuglio di seggiola del diavolo, teschio, albergo del vescovo?…»

«Convengo» rispose Legrand «che la faccenda sia ancora abbastanza seria, osservandola a prima vista. La mia prima cura fu di provare a ritrovar nel periodo le divisioni naturali che dovevano essere nella mente di colui che l’ha dettato.»

«Volete dire, di punteggiarlo?…»

«Presso a poco.»

«E come diamine avete fatto?»

«Io riflettei che colui che aveva scritto s’era fatto un dovere di raggruppare le parole senza nessuna divisione fra loro, onde rendere più difficile la soluzione dello scritto. Ora, un uomo che non sia eccessivamente astuto, sarà sempre proclive in un tentativo di tal genere a sorpassar la misura. Quando, nel corso della sua composizione, egli arriva ad una interruzione di senso che naturalmente richiederebbe una pausa o un punto, egli è fatalmente spinto a raggruppare i segni o le lettere anche più del consueto. Guardate bene il manoscritto e con molta facilità scoprirete cinque punti di questa specie dove vi ha, per così dire, un aggruppamento di figure. Seguendo perciò un tale indizio io arrivai a stabilire le divisioni seguenti:

A good glass in the bishop’s hostel in the devil’s seat forty-one degrees and thirteen minutes northeast and by north main branch seventh limb east side shoot from the left eye of the death’s-head a bee-line from the tree through the shot fifty feet out.

Un buon bicchiere nell’albergo del vescovo nella seggiola del diavolo, 41 grado e 13 minuti, nord-est quarto di nord, fusto principale settimo ramo lato est, lascia cadere dall’occhio mancino del teschio, una linea retta dall’albero attraverso la palla cinquanta piedi al largo.

«Malgrado la vostra divisione» io dissi «rimango sempre nelle tenebre.»

«Anch’io» ribatté Legrand «vi rimasi per qualche giorno. Durante questo tempo, feci una quantità di ricerche nelle vicinanze dell’isola di Sullivan sopra una casa che doveva portare il nome di albergo del vescovo, non occupandomi punto della vecchia ortografia con cui era scritta la parola hostel. Non avendo potuto aver su ciò nessuna buona notizia, ero sul punto d’allargare la sfera delle mie ricerche e di procedere avanti con una maniera più sistematica, quando una mattina mi saltò in mente che le parole

bishop’s hostel

potevano benissimo aver rapporto con la antichissima famiglia Bessop che da tempo immemorabile era la proprietaria d’un antico castello a quattro miglia circa a nord dell’isola. Mi recai dunque colà, dov’è una piantagione, e ricominciai a far le mie domande ai più vecchi negri del sito. Finalmente una donna, fra le più anziane, mi disse d’avere inteso parlare d’un posto detto Bessop’s castle – Castello di Bessop36 e che credeva bene di potermi condurre: ma che quel posto non era né un castello, né un albergo, ma una grande roccia.

«Le offrii di pagarla bene perché mi vi conducesse, ed essa, dopo qualche esitazione, acconsentì ad accompagnarmi fino al luogo preciso. Lo scoprimmo senza gran difficoltà, l’accomiatai, ed incominciai ad esaminare il luogo. Il castello consisteva in un cumulo irregolare di picchi e di rupi, una delle quali era notevole tanto per la sua altezza quanto per la configurazione quasi artificiale. Mi arrampicai sulla cima, e colà mi sentii molto imbarazzato, non sapendo quel che mi rimanesse a fare.

«Mentre ci pensavo, gli occhi miei caddero sopra una stretta sporgenza nella faccia orientale della rupe, a circa un metro sotto la punta su cui mi trovavo. Questa sporgenza si spingeva innanzi circa 18 pollici e non aveva più d’un piede di larghezza, una nicchia scavata nel picco sopra di essa le dava una certa somiglianza colle seggiole a schienale concavo, di cui si servivano i nostri nonni. Non dubitai che fosse quella la seggiola del diavolo di cui era fatta menzione nel manoscritto, e mi parve d’essere oramai padrone di tutto il segreto dell’enigma.

«Sapevo che il buon bicchiere non poteva significare altro che un buon canocchiale; imperocché i nostri marinai ben di rado adoperano la parola glass in altro senso. Compresi quindi subito che bisognava servirsi d’un buon canocchiale, ponendosi a un punto di vista ben definito il quale non ammetteva variante alcuna. Ora le frasi 41 gradi e 13 minuti e nord-est quarto di nord, dovevano dare, ed io non esitai un secondo a crederlo, la direzione per puntare il canocchiale. Scosso sensibilmente da tutte queste scoperte, corsi a casa, m’armai d’un canocchiale e ritornai precipitosamente alla roccia.

«Mi lasciai scivolare sulla sporgenza, e mi avvidi che non vi si poteva star seduti che in una certa positura. Il fatto confermò la mia congettura. Pensai allora a servirmi del canocchiale. Naturalmente i 41 gradi e 13 minuti non potevano riferirsi che alla elevazione sopra l’orizzonte sensibile, poiché la direzione orizzontale era chiaramente indicata dalle parole nord-est quarto di nord. Stabilii questa direzione per mezzo d’una bussola; poi, appuntando il più esattamente possibile il canocchiale ad un angolo di 41 gradi d’elevazione, lo feci muovere con cautela dall’alto al basso e dal basso all’alto, fino a tanto che la mia attenzione fu fermata da una specie di vuoto circolare tra il fogliame di un grand’albero che dominava tutti i suoi vicini nell’estensione visibile. Nel centro di quel ramo vidi un punto bianco, ma non potei sulle prime discernere che cosa fosse. Accomodato meglio il mio canocchiale, guardai di nuovo, e alla fine m’accorsi che si trattava di un teschio umano.

«Dopo questa scoperta che mi colmò di fiducia, credetti sicuramente sciolto l’enigma, poiché la frase: fusto principale, settimo ramo, lato est, non poteva riferirsi che alla posizione del teschio sull’albero, e quest’altra: lascia cadere dall’occhio mancino del teschio, non ammetteva essa pure che una sola interpretazione, poiché si trattava della ricerca di un tesoro sepolto. Compresi che bisognava lasciar cadere una palla dall’occhio mancino del teschio, e che una linea retta, partendo dal punto più vicino al tronco e passando attraverso la palla, vale a dire attraverso il punto in cui la palla avesse a cadere, indicherebbe il luogo preciso in cui era possibile, almeno secondo me, che esistesse ancora un tesoro sepolto.

«Tutto ciò» dissi «è chiarissimo, ingegnoso, semplice ed esplicito. E lasciato l’albergo del vescovo, che cosa faceste?»

«Dopo avere osservato accuratamente il mio albero, la sua forma e posizione, me ne tornai a casa. Appena ebbi lasciato la seggiola del diavolo, sparve il vano circolare, e da qualunque parte mi volgessi, mi fu impossibile vederlo. Quel che mi sembra il capolavoro d’ingegno in tutta questa faccenda è il fatto (perché ripetendo l’esperimento mi convinsi che era un fatto) che il vano circolare in quistione non è visibile se non da un punto solo, la stretta sporgenza sul fianco della rupe.

«In quella spedizione all’albergo del vescovo io ero stato seguito da Jupiter che, senza dubbio, da qualche settimana andava osservando la mia aria preoccupata e metteva uno studio particolare a non lasciarmi solo. Ma il giorno seguente mi alzai di buonissim’ora e, riuscito a sfuggirgli, corsi sulla montagna in cerca del mio albero. Penai molto a ritrovarlo. Quando tornai a casa, a notte, il mio domestico stette sul punto di bastonarmi. Il resto dell’avventura voi ora lo conoscete quanto me.»

«Suppongo» dissi «che al momento del primo scavo voi avete sbagliato il posto in seguito alla bestialità di Jupiter che lasciò cadere lo scarabeo dall’occhio destro del cranio invece di farlo scorrere dall’occhio sinistro.»

«Precisamente. Un tale errore formava una differenza di due pollici circa rispetto alla palla, vale a dire rispetto alla posizione del piuolo conficcato vicino all’albero; se il tesoro fosse stato nascosto nel punto segnato dalla palla, l’errore sarebbe stato senza importanza; ma la palla e il punto più vicino ov’era fissato il piuolo formavano due punti che dovevano servire a stabilire una linea di direzione; e naturalmente l’errore, infinitesimo al principio, aumentava proporzionatamente alla lunghezza della linea, ed arrivati ad una distanza di cinquanta piedi, esso ci aveva fatto deviar completamente. Senza l’idea fissa che mi aveva invaso, che là vi dovesse essere positivamente nascosto un tesoro, forse noi avremmo perduto tutte le nostre fatiche.»37

«Io presumo che la bizzarria del teschio – quella di lasciar cadere un proiettile attraverso l’occhio del teschio – sia stata suggerita a Kidd dalla bandiera piratesca. Senza dubbio egli provò una sorta di coerenza poetica nel recuperare il suo denaro mediante tale infausto segno.»

«Forse è così; nondimeno non posso fare a meno di pensare che il senso comune abbia avuto non meno parte nella cosa che la coerenza poetica. Per essere visibile dalla sedia del diavolo, era necessario che l’oggetto, se piccolo, fosse bianco; e nulla v’ha di simile al teschio umano per serbare, ed anzi accrescere, la sua bianchezza sotto l’esposizione a tutte le vicissitudini del tempo.»

«Ma la vostra enfasi, il vostro atteggiamento solenne nel palleggiar lo scarabeo! Che bizzarria! Io vi credevo assolutamente pazzo. E perché avete voluto invece d’una palla far calare il vostro insetto dall’occhio del teschio?»

«Per bacco! Ad esser franco vi confesserò che io era alquanto offeso dai vostri sospetti relativi allo stato della mente mia, e risolvetti di punirvene tranquillamente, a modo mio, con un pochino di fredda mistificazione. Ecco perché io palleggiavo lo scarabeo ed ecco perché volli farlo cadere dall’alto dell’albero. L’osservazione che voi faceste sul suo peso mi fece venire quest’ultima idea.»

«Sì, comprendo; ed ora c’è un punto solo che non so spiegare. Che cosa diremo degli scheletri trovati nella fossa?»

«Ah! questa è una domanda a cui non saprei rispondere meglio di voi. E non vedo che una sola maniera plausibile per spiegarla, ma la mia ipotesi implica un’atrocità orribile a credersi. È evidente che Kidd se, come io credo assolutamente da mia parte, è stato Kidd a nascondere il tesoro, è evidente che Kidd ha dovuto farsi aiutare nel suo lavoro da qualcuno. Finito il lavoro, ha potuto giudicar conveniente di far sparire tutti coloro che possedevano il suo segreto. Mentre i suoi aiutanti erano ancora chiusi nella fossa; forse gli son bastati due soli buoni colpi di zappa: forse gliene sono occorsi una dozzina. Chi mai ce lo dirà?»

Fonti

  • Edgar Allan Poe — “The Gold-Bug”, Edgar Allan Poe Society of Baltimore
  • Edgar Allan Poe (curato da T.O. Mabbott), “The Gold-Bug,” The Collected Works of Edgar Allan Poe — Vol. III: Tales and Sketches (1978)
  • Edgar Allan Poe to George W. Eveleth — January 4, 1848, Edgar Allan Poe Society of Baltimore – Works – Letters – Poe to G.W. Eveleth
  • Edgar Allan Poe (ed. W. P. Trent), “The Gold-Bug,” Poems and Tales (1897 e 1898)
  • “Newsletter”, Poe Studies Association, Volume XVII, Number 1, Spring 1989
  • Ruth Leigh Hudson, “Chapter I.I,” Poe’s Craftsmanship in the Short Story, dissertation, 1935
  • Edgard Allan Pöe, Novelle straordinarie, STEN Editrice, 1921

1 Le Grand è il nome di una famiglia ugonotta un tempo rappresentata a Charleston. Poe potrebbe aver conosciuto un oratore di Baltimora, John C. Legrand, che divenne giudice, e uno storico naturalista francese del XVII secolo di nome Antoine Legrand.

2 In originale Huguenot. Dopo la revoca dell’Editto di Nantes nel 1685, molti protestanti francesi si stabilirono nelle colonie americane, in particolare nella Carolina del Sud.

3 Il forte fu eretto nel 1776 e, sebbene incompiuto, fu coraggiosamente difeso dagli inglesi dal colonnello William Moultrie (1731-1805, in seguito maggiore generale), cui poi fu dedicato il forte. Poe fu di stanza a Fort Moultrie dal novembre 1827 al dicembre 1828, quindi conosceva personalmente Sullivan’s Island e i dintorni di Charleston; ma si prese delle libertà con i fatti nella sua descrizione.

4 All’estremità orientale dell’isola di Sullivan si trovano mirti, che Quinn afferma essere una specie locale.

5 Jan Swammerdam (1637-80), famoso naturalista olandese, raccolse una vasta collezione di insetti e ne scrisse Biblia naturae, sive Historia insectorum, pubblicata postuma nel 1737-1738 e tradotta nel 1758 come Storia generale degli insetti. Fu anche un noto anatomista. Prima di morire divenne ipocondriaco e mistico.

6 Jupiter, come molti neri del vecchio Sud, portava un magniloquente nome romano.

7 Vale a dire, liberato dalla schiavitù dal suo padrone. Jupiter apparteneva alla classe dei “negri liberi”, una classe non molto tollerata nell’estremo Sud.

8 Lo stesso Poe a volte cacciava selvaggina per la sua dispensa. Quando viveva in Coates Street a Philadelphia, chiese a Benjamin Detwiler, il giovane figlio del suo vicino di casa, di andare con lui a caccia di uccelli selvatici e ne portarono a casa un grosso sacco.

9 Il latino per “coleottero”. La forma plurale è riportata di seguito. Lo “Scarabeo d’oro” di Poe apparteneva probabilmente alla classe nota come Coleotteri Metallici (Buprestidæ), noti per lo splendore e la varietà dei loro colori. Esistono anche i Coleotteri Dorati (Chrysomdidæ), ma sembrano troppo piccoli per corrispondere alla descrizione di Poe.

10 Uno degli ufficiali di Poe a Fort Moultrie era il Capitano Henry Griswold, che scrisse una lettera di raccomandazione quando Poe fu congedato dall’esercito. Questo Griswold morì nel 1834; non si sa se fosse interessato alla storia naturale.

11 In originale sea-chest: probabilmente una cassa da marinaio, ovvero la scatola di legno contenente l’equipaggiamento di un marinaio in servizio su una nave mercantile.

12 In originale And den he keep a syphon all de time, cioè: And then he keep a cyphering all the time.

13 A volte ci si chiede se la minaccia di un negro di picchiare un bianco sarebbe stata accettata nel vecchio Sud. Va osservato che, se non fosse stata maliziosa, avrebbe potuto essere approvata.

14 In originale brusquerie, cioè brusqueness, mancanza di cordialità. Ndr.

15 In originale il francese empressement. Ndr.

16 Lo scarabeo di Poe è immaginario, ma combina caratteristiche di insetti reali trovati sull’Isola di Sullivan. Uno è Callichroma splendidum (LeConte), di colore giallo dorato iridescente con ali anteriori verdi. Un altro è un coleottero a scatto, Alaus oculatus (chiamato dai ragazzi del posto “saltellante”), che presenta sul protorace due macchie nere ovali bordate di bianco, che ricordano una bandiera pirata.

17 Nome generico per barca, imbarcazione. Ndr.

18 Forma rafforzata di esso. Ndr.

19 Il pioppo. Ndr.

20 Poe era un appassionato degli enormi alberi di tulipani, che menziona in “Mattino sul Wissahiccon” (“L’alce”) e “Il villino di Landor”.

21 In originale caracols. Curvet e caracoles sono salti e mezzi giri, termini comunemente usati solo per i cavalli.

22 Cloruro mercurico (HgCl2), o sublimato corrosivo. Poe fa nuovamente riferimento al bicloruro di mercurio come agente per la conservazione del legno in “Street Paving”, pubblicato sul «Broadway Journal» il 19 aprile 1845.

23 Considerando il 1843, data della pubblicazione del racconto, sono all’incirca 20 milioni di dollari attuali. Ndr.

24 Vale a dire, pezzi di denaro o monete. Ndr.

25 A causa dell’antichità del tesoro, che era stato sepolto prima che la monetazione fosse ancora diffusa in questo paese, le monete straniere continuarono ad essere utilizzate fino alla fondazione dell’Unione, e anche dopo.

26 Forma settentrionale per cuccuma. Ndr.

27 Facendo un calcolo approssimativo, nel 1843 un’oncia d’oro valeva 20,67 dollari. Dunque 350 libbre equivalgono a circa 5 milioni di dollari attuali. Ndr.

28 Circa 66 milioni di dollari attuali. Ndr.

29 Qui si concludeva la prima puntata del «Dollar Newspaper», il 21 giugno 1843.

30 Il teschio bianco su campo nero è chiamato Jolly Roger.

31 Qui abbiamo corretto un errore nella traduzione, poiché era aqua regia era stato tradotto con “acqua ragia”, ma sono due sostanze diverse. Ndr. Lo zafferano è il residuo dei minerali che producono cobalto dopo l’espulsione delle sostanze volatili mediante torrefazione. L’acqua regia è una miscela di acido nitrico e cloridrico, chiamata così perché può sciogliere l’oro.

32 Un regolo è una massa ridotta o metallica ottenuta dal trattamento del minerale.

33 William Kidd era uno scozzese che, verso la fine del XVII secolo, si guadagnò la reputazione di audace capitano di mare. Aveva lasciato il servizio e viveva in pensione a New York quando la sua abile abilità marinara lo attirò all’attenzione del conte di Bellomont, il governatore coloniale incaricato da re Guglielmo III di reprimere i pirati che all’epoca rappresentavano un terrore per le imbarcazioni oneste sia sulle coste americane che nell’Oceano Indiano. A Londra fu costituita una compagnia privata che equipaggiò una nave e la inviò con Kidd come capitano. Egli si recò prima a New York, poi in Madagascar, e poco dopo si diffuse la voce che fosse diventato pirata. Circa due anni dopo (1699) tornò sulla costa americana e avviò trattative con le autorità coloniali, dalle quali fu convinto ad andare a Boston. Lì fu arrestato con diversi dei suoi uomini e inviato in Inghilterra. Non fu condannato per pirateria, ma fu riconosciuto colpevole di aver ucciso un membro del suo equipaggio in un impeto di passione e fu impiccato con nove dei suoi complici il 24 maggio 1701. In precedenza aveva seppellito alcuni beni e tesori a Gardiner’s Island, che furono poi recuperati. L’importo totale di tesori, merci e denaro sottrattigli al momento dell’arresto ammontava a circa 14.000 sterline, ma voci infondate circolavano da tempo su un tesoro ancora da scoprire, sepolto lungo la costa atlantica.

34 Città dell’India un tempo famosa per essere un deposito di diamanti. Il nome, associato a parole come “gioielli”, “gemme”, ecc., è diventato un’espressione proverbiale. Le sue rovine si trovano a sette miglia a nord di Hyderabad.

35 Vale a dire, la parte nord-orientale del Sud America e il contiguo Mar dei Caraibi. I pirati infestavano spesso le coste nordamericane. Uno dei migliori romanzi di Simms, The Cacique of Kiawah, affronta proprio questi temi che a lungo hanno lasciato perplesse le autorità delle Caroline.

36 Nonostante le numerose indagini condotte, non è stato possibile individuare nessuno di nome Bessop nella Carolina del Sud, né a Baltimora, Boston, New York, Philadelphia o Richmond.

37 Qui mancano due paragrafi, che abbiamo aggiunto e tradotto:

”I presume the fancy of the skull — of letting fall a bullet through the skull’s-eye — was suggested to Kidd by the piratical flag. No doubt he felt a kind of poetical consistency in recovering his money through this ominous insignium.”

”Perhaps so; still I cannot help thinking that common-sense had quite as much to do with the matter as poetical consistency. To be visible from the Devil’s seat, it was necessary that the object, if small, should be white; and there is nothing like your human skull for retaining and even increasing its whitenss under exposure to all vissitudes of weather. Ndr.

Daniele Imperi 719 Articoli
Scrivo testi per il web, correggo bozze di manoscritti e revisiono racconti. Scrivo anche sul mio blog «Penna blu» e sull’aerosito ufficiale di F.T. Marinetti.

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